Silvia Mezzanotte

Alcune voci non si dimenticano perché toccano un punto preciso, difficile da spiegare ma impossibile da ignorare. Silvia Mezzanotte canta da sempre come se abitasse ogni parola, come se il suono non fosse solo vibrazione, ma identità.

Non c’è artificio nella sua musica, nessun vezzo, nessun tentativo di compiacere. C’è, invece, una coerenza profonda, una libertà potente, quella di chi non ha mai cercato scorciatoie, ma ha scelto il mestiere lento dell’interpretazione, del rispetto per il testo, del legame emotivo con il pubblico.

Silvia ha attraversato decenni di musica portando con sé qualcosa che non ha mai ceduto al tempo: è una voce che non si presta, ma si concede. Cantante, interprete, autrice, ma soprattutto custode di un’intensità che non si può insegnare, Silvia attraversa il tempo senza affanni. Con quella grazia rara di chi ha scelto la profondità invece della corsa, la verità invece del clamore. La sua voce non cerca conferme, non chiede il permesso.

È passata dai grandi palchi alle stanze più intime della musica, da collaborazioni importanti alle risalite solitarie, sempre con la schiena dritta e il cuore acceso. Perché la voce, per chi la vive come Silvia, non è uno strumento ma una parte viva, un corpo che sente, che porta memoria, che custodisce silenzi e segreti.

In questo incontro, Silvia Mezzanotte ci ha donato il suo tempo, il suo sguardo e le sue verità. Questa intervista non nasce per sapere, ma nasce per ascoltare e rimanere un attimo dentro questa voce e sentire da cosa nasce, perché ogni volta che Silvia canta, qualcosa si apre e qualcosa resta.

Ciao Silvia, grazie per questo tempo condiviso...

Silvia, quando hai capito che la tua voce non era solo un talento, ma un destino?

"Ero bambina... Avevo cinque anni e ho dichiarato solennemente che sarei diventata una grande cantante"

Cosa ti ricordi della prima volta che hai cantato davanti a qualcuno e ti sei sentita ascoltata davvero?

"Ero terrorizzata di paura e afflitta da un senso di inadeguatezza che mi aveva sempre penalizzata. Ho iniziato in un piano bar, protetta dal fatto che i clienti del ristorante erano molto più attratti dal cibo che da me. Poi una sera, tutt’a un tratto, dopo un'interpretazione particolarmente sentita di Grande grande grande, è arrivato uno scroscio di applausi che ha acceso un faro sulla mia anima. Uno squarcio di luce che aveva un significato preciso: la voce mi salverà. E così è stato."

"Hai attraversato generi, epoche, palchi, ma c’è stato un momento in cui hai pensato: “Forse non è più il mio posto”?

"Non proprio. Una sera in un brutto locale in cui facevo piano bar avevano acceso la tv sul Festival. Volevano che cantassi, sì, ma gli occhi erano tutti puntati su Sanremo. La notte ho pianto. Ho pensato che forse non ne valeva la pena... L'anno successivo, stesso periodo, scendevo le scale del teatro Ariston con i Matia Bazar. Evidentemente ne valeva la pena."

C’è una città, un luogo, una sala prove o un palco che per te è casa? Dove senti che la tua voce “suona meglio”?

"La mia voce suona meglio dove c'è qualità e unione di intenti. E il posto giusto è il palco. La mia voce è impegnata su più fronti, tra spettacoli e repertori complessi e molto diversi tra loro, con musicisti e tecnici eccellenti che mi accompagnano. Tutti i miei collaboratori sanno che do il massimo, ma pretendo il meglio."

Qual è stato il sacrificio più grande che hai fatto per poter restare fedele alla tua musica?

"Sono fortunata. Non ho mai affrontato sacrifici per restare fedele alla mia musica. O forse la mia vita, in termini di orari, spostamenti, disciplina e rapporti sociali, è tutta un sacrificio, come quella di un atleta. Ma io non li sento come sacrifici. È la mia vita."

Hai mai avuto paura del silenzio? Di quei giorni in cui la voce non viene, o peggio, non serve?

"La mia voce per fortuna serve sempre. Anche troppo. Ho sempre paura di un calo, di un problema. Ma ho imparato a gestire anche quelli con pazienza e tecnica. In merito alla prima domanda, se ho paura del silenzio? È un ottimo compagno di viaggio e di vita. Mi accompagna spesso nei miei lunghi spostamenti e nelle mie meditazioni quotidiane."

In che modo la tua voce è cambiata con te? E in che modo ti ha costretta a cambiare?

"L'età cambia la voce, come cambia il corpo. L'esperienza rende la voce più interessante, la arricchisce di armoniche nuove, figlie di ogni errore, ogni caduta e risalita, ogni delusione, ogni gioia, ogni fallimento e ogni successo. Serve una solidissima tecnica di base per assecondare i cambiamenti del corpo e della voce nelle varie fasi di vita e mantenere lo strumento altamente performante, specie in una donna. Ma io quella l’ho acquisita nel tempo. E la sfrutto a piene mani, ad ogni concerto."

Se potessi mettere un’etichetta sulla tua voce, oggi, cosa ci scriveresti: fuoco, preghiera, ferita o carezza?

"Fede. Perché è un dono divino. Ricevuto direttamente dall'alto e per questo trattato come una cosa preziosa."

Hai avuto una formazione solida, tecnica. Ma c’è una lezione che hai imparato solo sul palco e che nessun maestro ti ha mai insegnato?

"Ce ne sono migliaia. Solo il palco ti insegna a capire l'energia del pubblico che hai davanti e a come modulare corpo e voce per arrivare più vicino al cuore. La tecnica questo non lo insegna."

Nel cantare, dove finisce il controllo e dove comincia l’abbandono?

"È una commistione continua. Non credo a chi dice che per cantare bene bisogna dimenticare la tecnica. Penso piuttosto che attraverso lo studio e la ripetizione la tecnica vocale si depositi nella nostra memoria a lungo termine, così da diventare assolutamente naturale. Come quando impariamo a guidare: una volta automatizzati i movimenti, non ci pensiamo più. Ma non è che abbiamo abbandonato le regole di base."

Quando canti in duetto, riesci ad “abbassare la guardia” o senti il bisogno di difendere un’identità vocale?

"Avere una identità vocale in duetto non significa abbassare la guardia né tantomeno prevaricare l'altro. Significa entrare in contatto intimo con l'altro ed essere complementari. Quando per esempio canto con Carlo Marrale siamo perfettamente simbiotici."

Hai partecipato a Sanremo più volte. Cosa resta davvero di quei giorni: il palco, la gara, l’adrenalina… o altro?

"Tutto quello che hai detto. E poi ti rimane il ricordo di quei giorni tsunami per anima, corpo e mente. E anche quello di uno degli abbracci più sentiti della mia storia musicale, dopo la vittoria, alle 5 del mattino al ristorante con i Matia Bazar. Commovente."

Hai fatto un lungo viaggio anche dentro te stessa, negli anni. Se oggi non fossi cantante, chi saresti?

"Forse un architetto. Una arredatrice di interni. O forse una insegnante di canto (ma quello lo sono, anche)".

Hai pubblicato una cover molto recente, "Ti Pretendo", un brano di Raf rivisitato in chiave swing, jazz e orchestra, nell'ambito del progetto "Giancarlo Bigazzi in Lounge". In quale parola di quel testo ti sei riconosciuta al punto da volerlo cantare? E cosa hai voluto aggiungere di tuo, senza tradire l’anima della canzone?

"Una certa anima più fresca e un tono più leggero al significato di questo brano. È una Ti Pretendo più matura, più adatta alla mia età, al mio status, forse meno passionale ma certamente più elegante."

Quando scegli di reinterpretare qualcosa che non hai scritto tu, da cosa parti: dalla voce, dalla storia o da una ferita che si riapre?

"Da un insieme di cose. C'è in giro troppa roba omologata, scritta con lo stampino o con l’intelligenza artificiale. Io cerco brani che mi diano identità e spessore."

Come si fa a durare, Silvia? Non nel mercato, ma nell’anima delle persone. Come ci si resta dentro?

"Nei tuoi concerti si sente una generosità rara, come se tu non tenessi nulla per te. Ti è mai costato troppo questo “dare tutto”?
Ogni tanto me lo chiedo anch'io, specie quando per qualche motivo la mia voce non è in forma e cantare diventa un esercizio di tecnica per mantenere alte aspettative e prestazione. Ma poi non c'è niente da fare. Io sono quella roba lì."

Hai mai cantato trattenendo le lacrime, mentre tutto in te avrebbe voluto restare in silenzio?

"Sì.La mia mamma è morta il 31 maggio. Il 5 giugno avevo un concerto. Ogni brano parlava di lei. Ma ho cantato con lei e per lei. E poi alla fine ho rivelato al pubblico il mio dolore e la mia fatica. Volevo fortemente riceverne l'abbraccio. E così è stato."

Hai una canzone che ogni volta ti riporta alla ragazzina che cantava per passione, prima della carriera, prima dei dischi, prima di tutto?

"Heidi!! Il mio primo successo di bambina. Comprensivo di yodel!"

Quando chiudi gli occhi mentre canti, cosa vedi?

"Il film di emozioni e sensazioni che sto provando e che cerco di trasportare con la voce."

Cosa non vuoi che sia mai frainteso, quando si parla di te?

"Le qualità umane e professionali che fanno di me quella che sono. Voglio che si dica che sono una persona gentile, ma molto esigente… una rompiscatole per intenderci"

Quando sarà il momento di lasciare il palco, cosa vorresti che restasse in chi ti ha ascoltata?

"Mah, non mi pongo questa domanda. Io continuo a cantare come urgenza per me, non per lasciare un segno o un'eredità. È semplicemente la mia essenza."

Il tuo tour 2025 è partito a gennaio e ci accompagnerà fino ad aprile 2026. Ci saranno sorprese o novità particolari che i tuoi fan possono aspettarsi?

"Il tour estivo è in chiusura. Ma dal 26 settembre sarò in tour con Carlo Marrale per celebrare i 50 anni di Stasera che sera e i successi dei Matia Bazar. E dal 7 novembre riparte Silvia Mezzanotte canta Mina, un omaggio a Mina nei più grandi teatri italiani con un ensemble musicale, Le Muse, dieci straordinarie musiciste donne."

Silvia, grazie per questo tempo insieme e ricordiamo l’appuntamento a cui tieni molto in questo momento. Vuoi raccontarci cosa ti aspetta nei prossimi mesi?

Un progetto speciale per Modena

"Il 4 ottobre al Teatro Storchi di Modena vi aspettiamo davvero in tanti. È un progetto cui tengo particolarmente, perché ne ho toccato con mano la serietà delle finalità. Ci saranno collaborazioni inedite e belle sorprese musicali e non solo. Un grazie speciale a Nicola Ortugno per avermi coinvolta, e a tutti i volontari che ci stanno lavorando con passione."

Progetto di Umanizzazione a Colori, questa volta dedicato alla Pediatria di Comunità di Modena in collaborazione con Azienda USL di Modena. Il progetto prevede la colorazione e la ristrutturazione di circa 100 mq di pareti, porte e sale d’attesa della Pediatria di Comunità di Modena, nel quartiere Crocetta (via Nonantolana 685/s, presso il centro commerciale Torrenova). Ogni anno in questi spazi si incrociano circa 20.000 tra bambini e adolescenti. Un’auto medica, in collaborazione con l’Associazione Balestrazzi e Barozzi, per il Servizio del 118 Modena Soccorso dedicato al trasporto sangue e organi, a beneficio della comunità di Modena e Provincia.

Ascoltare Silvia Mezzanotte significa sostare in un luogo sospeso, dove la voce non è solo canto ma memoria, carne e luce. Le sue parole, così come le sue note, portano con sé la lezione di una vita vissuta senza sconti: generosità, disciplina, fede. Ciò che resta dopo averla ascoltata non è un ritornello, ma una traccia profonda, che accompagna e consola. Forse è questo il vero miracolo di una voce: non l’applauso del momento, ma il silenzio che continua a parlarci dentro.

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