Sottona… nel rumore continuo dei social e della televisione, alcune parole restano impresse più di altre, agendo come una sorta di eco che non accenna a spegnersi. Si infilano con prepotenza nelle conversazioni quotidiane, diventano etichette comode da applicare alla realtà, iniziano quasi per gioco , tra un meme e un commento veloce e finiscono inevitabilmente per raccontare qualcosa di molto più profondo e stratificato sulla nostra società.

Sono termini che agiscono come bussole invisibili, orientando il nostro modo di percepire l’altro e noi stessi. E quando queste parole iniziano a ripetersi con una frequenza quasi ipnotica, fino a diventare familiari come un vecchio ritornello, è proprio lì che sentiamo il bisogno urgente di fermarci, di sospendere il giudizio e di chiederci cosa stiamo davvero guardando dietro la superficie patinata del linguaggio comune. Spesso, infatti, ciò che consideriamo solo una tendenza del momento è in realtà lo specchio di un cambiamento culturale che fatichiamo ancora a decifrare completamente.

Il titolo di Vanity Fair

su Chiara Ferragni “sono una sottona”, uscito peraltro diversi mesi fa, ci ha fatto riflettere. E guardando Grande Fratello, il caso di Lucia con Renato rende questa riflessione ancora più inquietante.

Qui non si parla di libertà personale, sacrosanta, ma di un modello che rischia di diventare aspirazionale. Quando una ragazza arriva a definirsi “sottona” con orgoglio e poi mette in scena dinamiche di umiliazione, la domanda è: scelta autentica o condizionamento culturale?

Perché oggi vediamo troppe ragazze normalizzare atteggiamenti di subordinazione emotiva e comportamentale verso uomini che non danno nulla in cambio. E questo non è empowerment.

E se dietro ci fosse anche un effetto imitazione?

Perché certi linguaggi, certe cadenze, certi atteggiamenti ricordano modelli mediatici molto precisi. E quando un modello diventa virale diventa anche pericoloso. Non è moralismo, ma una domanda seria. Stiamo davvero andando avanti o stiamo tornando indietro travestendo la sottomissione da scelta libera?

Perché se questa diventa una moda allora sì, c’è da preoccuparsi davvero. E la parte più complessa è proprio questa, distinguere tra ciò che nasce da una reale consapevolezza individuale e ciò che invece è una risposta automatica a ciò che viene premiato, condiviso, replicato. La cultura pop oggi non si limita a raccontare la realtà la orienta, la amplifica, la rende desiderabile anche quando dovrebbe essere messa in discussione.

Il rischio non è giudicare le persone

ma non accorgersi del sistema di simboli che si sta costruendo attorno a certe dinamiche affettive. Perché se una relazione sbilanciata diventa contenuto virale, e quel contenuto viene letto come ironia, autoironia o libertà, allora il confine tra consapevolezza e imitazione si assottiglia pericolosamente.

Forse la vera domanda non è “chi ha ragione”, ma “che cosa stiamo insegnando senza accorgercene”.

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