La serata delle cover è da sempre la più attesa perché è l’unica in cui il Festival smette di fare la gara e inizia a fare festa, ma quest’anno è successo qualcosa di più, non abbiamo solo ascoltato vecchie canzoni, abbiamo visto mondi diversi fondersi in un unico grande racconto.

Nel bel mezzo di questo viaggio
siamo tornati come schegge negli anni ’90 grazie a Max Pezzali, la cui esibizione ha racchiuso perfettamente l’idea dell’intera serata. Max ha dato il via a un momento che è storia della nostra musica, evidenziando un’attualità incredibile e lasciando il segno ancora una volta è stato lui il vero punto di inizio per capire che una grande canzone non invecchia mai, ma diventa la base per costruire il futuro.
Su questa scia di energia
la vittoria di Ditonellapiaga e Tony Pitony è stata il vero colpo di scena, un trionfo surreale che ha trasformato l’Ariston in un set tra Hollywood e l’Italia di una volta, dimostrando che l’originalità è una novità che dà certezze. Il pubblico ha premiato il coraggio di chi sa mettere “il dito nella piaga” del già visto, proprio come hanno fatto Tredici Pietro e Gianni Morandi in un passaggio di testimone commovente tra padre e figlio, o J-Ax e la Country Fam con uno spettacolo teatrale che ci ha ricordato con il sorriso che “la vita l’è bela”.

La verità è emersa anche nel respiro condiviso tra Eddie Brock e Fabrizio Moro, dove l’istinto e la parola salvano dal caos, e nella classe senza tempo di Arisa che, insieme al Coro del Regio di Parma, ha trasformato la sua voce in uno strumento prezioso.
Il genio è esploso quando il rock delle Bambole di Pezza ha incontrato Cristina D’Avena e i riff dei Led Zeppelin, un corto circuito perfetto seguito dall’impegno di Dargen D’Amico, Pupo ed Ezio Bosso, capaci di trasformare un classico in un messaggio di pace necessario. Mentre Mario Biondi, Alex Britti e Sayf davano nuova carica a Hit the Road Jack consacrando il talento del giovane Sayf, la serata brillava per l’eleganza internazionale di Serena Brancale e Gregory Porter e per lo stile inconfondibile di Renga e Giusy Ferrari in omaggio a Bowie. La musica ha parlato da sola con Malika Ayane e Claudio Santamaria, si è fatta danza totale con Patty Pravo e Timotej, ed è diventata poesia rispettosa con Tommaso Paradiso e gli Stadio.
In questo mosaico infinito abbiamo trovato la freschezza di Levante e Gaia, il bianco e nero teatrale di Fulminacci e Francesca Fagnani, e il calore del Sud portato da Aka7even, LDA e Tullio De Piscopo. Ogni nota ha aggiunto un tassello, dalla solidità di Michele Bravi e Fiorella Mannoia all’inno sincero di Enrico Nigiotti e Alfa, passando per la grazia di Mara Sattei e Mecna fino alla carezza leggera di Maria Antonietta, Colombre e Brunori Sas. Tutto era iniziato con il sorriso di Elettra Lamborghini e, nonostante la parentesi internazionale di Raf e i The Kolors, Sanremo 2026 si chiude con una certezza, grazie alla miccia accesa da Max Pezzali, abbiamo capito che la musica italiana è un filo invisibile che unisce generazioni, stili e cuori senza mai fermarsi.
a questa sera per la finale

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