Sanremo 76, un luogo d’incontro tra melodie che resistono, tormentoni immediati e voci mature, il Festival ha scritto una pagina d’Italia che non divide ma tiene insieme. E se Sanremo fosse una canzone il suo titolo sarebbe: “Molto centro”

Non è stato un Sanremo in cerca di conferme, ma un Sanremo che ha ricordato, senza bisogno di alzare la voce, che la musica italiana sa ancora riconoscersi anche nelle differenze. Voci lontane, linguaggi opposti, generazioni che non parlano la stessa lingua eppure si ascoltano. Una melodia comune, non gridata, che attraversa stili, età e urgenze diverse, tutto “molto centro.”

Le canzoni erano lontane tra loro per suoni, età, intenzioni, eppure ascoltate una dopo l’altra sembravano muoversi nella stessa direzione emotiva. Sotto le contaminazioni, le basi elettroniche, le chitarre sporche e le voci limpide si avvertiva un filo continuo, una melodia che non era solo musicale ma interiore. La sensazione che la musica italiana stia tornando al centro, non un centro comodo o rassicurante ma un punto di equilibrio fragile e umano.

E dentro questo racconto c’erano già, chiarissimi, anche i tormentoni di quest’anno. Da Naif a Elettra Lamborghini, canzoni che si dichiarano subito, che non chiedono tempo, che il giorno dopo ti ritrovi a canticchiare quasi senza volerlo. Brani leggeri solo in apparenza, perché servono anche quelli a fotografare un momento, a dare ritmo ai giorni, a raccontare un’Italia che ha bisogno di muoversi.

In questa stessa leggerezza consapevole si inseriscono J-Ax e Dargen D’Amico, capaci di portare sul palco una scrittura che gioca, osserva, punge senza mai diventare superficiale. Canzoni che sembrano semplici ma lavorano sotto traccia, che arrivano subito e restano, perché dietro il ritmo c’è uno sguardo lucido sul presente, ironico e disilluso quanto basta per essere vero.

Poi ci sono versi che non chiedono spiegazioni e restano addosso, “e se ti portassi via da quelle stelle per cancellare il tuo addio dalla mia pelle”, così Serena Brancale con una grande interpretazione ci racconta e forse “anestesia” un dolore.

Dentro questo spazio condiviso Arisa canta una notte in cui non ha più paura nemmeno di sé stessa. Non c’è più bianco né nero ma un arcobaleno più grande che tiene insieme le sfumature, una voce che non chiede protezione ma accetta di mostrarsi per intero. Quando arriva l’idea che l’amore sia colore e non sofferenza non suona come una metafora ma come una conquista faticosa, tardiva, reale.

Accanto, in apparente contrasto ma in profonda coerenza, arrivano le Bambole di Pezza, nessuna addolcitura, nessuna richiesta di approvazione. La rabbia diventa linguaggio, l’identità diventa suono. Anche questo è centro. Poi ci sono traiettorie che sembrano più familiari ma non sono mai nostalgiche, Francesco Renga con una scrittura che sa di tempo e di bilanci emotivi, Raf che ricorda come la leggerezza, quando è onesta, sia una forma di profondità e come certe domande continuino a funzionare proprio perché non cercano risposte definitive.

Mentre tutto questo accade, scorrono le immagini e arrivano i numeri, 15.384.000 spettatori, il 63,84%. Dati che non spiegano perché ci siamo fermati ma raccontano il momento esatto in cui generazioni lontanissime si sono trovate nello stesso spazio emotivo. Un conduttore, una donna di centocinque anni, un palco che smette di essere solo spettacolo e diventa famiglia allargata. Un’Italia che, per un attimo, ascolta insieme.

In mezzo a questo racconto corale Ermal Meta compie un gesto silenzioso e potentissimo cucendo sui suoi abiti i nomi di bambine palestinesi. Ogni sera un nome diverso, Amal, Aysha, Layla. Figlie di nessuno, dice il testo. E invece, improvvisamente, figlie di tutti. In quel momento la musica smette di essere intrattenimento e diventa memoria cucita sulla pelle, presenza, presa di posizione.

Prima serata

Ed è proprio quando il Festival sembra aver già detto tutto che arriva quel momento preciso, quasi una stretta allo stomaco, in cui Sanremo riprende il suo sapore più autentico. La presenza di Marco Masini, accanto a Fedez, ha avuto l’impatto di una morsa emotiva netta. Non un’operazione nostalgia, non un’ospitata rassicurante, ma un passaggio di testimone carico di senso. Masini è entrato con quella voce che non chiede il permesso, una voce che porta con sé il peso del tempo, delle cadute, delle verità dette quando ancora non erano di moda. In quel momento il Festival ha smesso di essere solo contemporaneo ed è tornato ad avere profondità, memoria, radici. Il pubblico lo ha sentito subito, come si sentono le cose vere. Un impatto forte, quasi fisico, che ha ricordato a tutti che certe voci non invecchiano, ma sedimentano. E quando tornano, non fanno rumore: fanno centro.

Poi arriva una voce “che non canta”, che non ha bisogno di palchi né di arrangiamenti. Gianna Pratesi, 105 anni, dice che i giovani non dovrebbero essere severi con gli altri e non dovrebbero arrabbiarsi, perché nella vita bisogna volersi bene. Non è una frase fatta, èuna sintesi. Ed è impressionante come, detta lì, suoni perfettamente in linea con tutto ciò che è stato cantato prima.

Perché le canzoni di quest’anno, anche quando sembravano lontane, parlavano tutte della stessa cosa. Fragilità, perdono, attraversamento.

E in questo stesso respiro trova spazio anche Fibonacci, che quest’anno si presenta con una canzone capace di dare la cifra della sua maturità. Un brano elegante, sorretto da una bella musicalità, mai ostentata. Una canzone che non cerca l’effetto immediato ma lavora sulla durata, sul tempo lungo dell’ascolto. Non esplode, ma cresce nota dopo nota.

Sanremo, anche quest’anno, ha scritto una bella pagina della nostra Italia, una pagina “molto centro” nel senso più pieno del termine. Non un centro che media o addolcisce, ma un centro che tiene, perché assorbe differenze senza cancellarle, che lascia convivere leggerezza e profondità, rabbia e carezza, memoria e presente, un centro emotivo, culturale e umano. Sanremo, quest’anno, non ha scelto una parte da difendere, ma un campo comune da abitare. E in un tempo che spinge alla divisione, questa è stata forse la sua presa di posizione più forte.

Di Ale&Ale

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