L’uomo dei ponti e il battito del mondo

Arvedo Arvedi, con la sua arte ci spinge a riattivare la memoria. C’è un momento preciso in cui la sua arte ha smesso di essere un oggetto da osservare ed è diventata un luogo da abitare, è il 1993, l’anno della “frattura luminosa”. A Chicago, l’incontro con il mentore John David Mooney trasforma la pittura in un rito collettivo e da quel momento, per oltre quindici anni, Arvedi collabora a progetti di Public Art monumentali, come Stardance per le Olimpiadi di Atlanta o il Millennial Gateway per il Governo di Malta. L’arte non è più superficie, ma relazione.

Arvedi è un ponte vivente, è cresciuto tra gli affreschi del Seicento di Villa Arvedi e il collezionismo del padre, ha assorbito l’istinto classico per poi incendiarlo con l’energia americana. Questo dualismo esplode nel progetto “Guerrieri Danzanti”, nato per la mostra Ancient Memories alla Mooney Foundation. Qui, l’archeologia diventa urgenza e Arvedi scava nei miti degli indiani Hopi, degli Inca, degli aborigeni australiani e delle incisioni della Val Camonica, traducendo segni millenari in un linguaggio Pop fatto di colori fluorescenti e acidi. Il primitivo diventa contemporaneo, il segno sulla roccia si fa battito su carta e tela.

Ma Arvedi non è solo un sognatore è un “artista transmediale” (come definito dal Prof. Marco Eugenio di Giandomenico dell’Accademia di Brera) che sa dialogare con il mercato. Laureato in marketing, autore del libro “Corporate Art” presentato all’Istituto Italiano di Cultura di New York, Arvedi insegna alle aziende come l’arte possa essere uno strumento di vendita e narrazione. Dal 2020 è l’anima creativa del rilancio di Commodore Industries, mentre con “Arte da Vestire” ha portato le sue opere fuori dai musei, trasformandole in pashmine pregiate da indossare sulla pelle. Dalla statua di Giulietta al Navy Pier di Chicago ai gemellaggi tra i club nautici più prestigiosi al mondo, Arvedo Arvedi continua a fare l’unica cosa che gli riesce naturale: creare connessioni dove prima c’erano confini.

Arvedo, dalle stanze di Villa Arvedi ai grattacieli di Chicago, come convivono in te l’armonia del passato e il caos elettrico della Pop Art?

Questi due mondi convivono in una “ caotica armonia”. E’ la storia del mio passato di ciò che ho vissuto e che ho spesso inconsciamente appreso vivendo immerso nella arte antica circondato dalla bellezza classica, tutto ciò mi ha dotato di un istinto naturale al “bello” all’equilibrio fra i colori, anche se contrastanti e forti e spesso fluorescenti della pop art. L’arte moderna per me è intesa come ricerca innovazione ardimento. Osare di abbinare colori, riscoprire tradizioni, usare nuovi materiali o usare quelli tradizionali in maniera nuova. Viviamo in un mondo globalizzato e siamo una mescola di culture mangiamo sushi, kebab o cucina tailandese normalmente. Perché non attingere alle varie culture e tradizioni artistiche allo stesso modo ?!?

I tuoi “Guerrieri Danzanti” sembrano usciti da una grotta preistorica illuminata dai neon. Perché hai sentito il bisogno di “incendiare” l’archeologia con colori acidi e fluorescenti?

I miei Guerrieri sono frutto della mia passione e ammirazione verso i pittori/scultori “Primitivi”. Ho messo “ Primitivi “ tra virgolette perché le loro opere non lo sono ed io rimango estasiato, ho un senso di umiltà quando vedo oggetti, pitture o opere che hanno 5/6/10.000 anni e sono così belle, cosi eleganti, così moderne, così attuali. Mi domando come uomini o donne di quell’epoca che non avevano i mezzi e cultura che abbiamo noi oggi potessero fare cose così belle. I miei Guerrieri sono un riflesso di tutto ciò, una “falsa risposta” ad una domanda impossibile: “Come dipingerebbe un artista di quel tempo se vivesse oggi ?!? “

John David Mooney è stato il tuo mentore. Qual è la lezione più preziosa che ti ha lasciato sul senso di “comunità” nell’arte?

Atlanta, 1996. Eravamo nei sobborghi in piena notte, in una zona poco rassicurante, per fotografare Stardance, il grattacielo che avevamo illuminato per le Olimpiadi. Con noi avevamo attrezzature costose e un gruppo vulnerabile: tre ragazze, due adulti e un anziano. Quando una decina di persone ha iniziato ad avvicinarsi, la tensione era palpabile, ma non appena hanno capito che eravamo gli autori di quella luce, l’atmosfera è cambiata all’istante. Tra abbracci e ringraziamenti, ci hanno invitato a un barbecue nel cuore del quartiere. Stupito da tanta gioia, chiesi: “Ma perché ci ringraziate?” Un anziano, con un sorriso radioso nella sua semplicità, rispose indicando il grattacielo: “I Giochi Olimpici sono per chi sta in centro, ma grazie al vostro lavoro anche noi ne facciamo parte. Per questo vi ringraziamo.” Questo è il potere dell Arte !!!

Nel 2025 sei tornato a Chicago con Ancient Memories. Cosa prova l’uomo che ha segnato le Olimpiadi di Atlanta nel tornare oggi alle proprie “radici americane”?

Sono tornato a Casa !!! Questo è stato il mio pensiero quando ho varcato la soglia della Fondazione Mooney, 30 anni dopo ero tornato nella casa dove ero nato come artista nella mia Chicago. Infatti fu nel 1995 che John David Mooney mi invitò ad essere suo assistente in quella che fu una esperienza che mi cambiò la vita per sempre , Il progetto StarDance per le Olimpiadi di Atlanta del 1996. L’inizio di oltre 10 anni di collaborazione operativa in progetti internazionali e di un amicizia e riconoscenza nei confronti di John David che continua a tutt’oggi.

Il Professor Di Giandomenico parla di te come di un artista “transmediale e sostenibile”. Cosa significa per te essere sostenibili nel 2026?

Per me essere sostenibile in un mondo come il nostro è l’ essere consapevole del proprio ruolo, un artista deve vedere il mondo e l’attualità con occhi diversi, dare un punto di vista diverso, ma allo stesso tempo rendersi conto dei gravi problemi che ci sono. Viviamo in un mondo con 8 miliardi di persone un mondo completamente diverso dalla mia infanzia, dove eravamo circa 2 miliardi e mezzo , in un mondo in cui le risorse iniziano a scarseggiare, pur essendo notevolissime, perciò l’artista in ogni suo gesto deve ricordarsi che siamo solo di passaggio in questa terra e che dovremmo lasciare ai nostri figli qualcosa di meglio.

Con Arte da Vestire, le tue opere diventano seta e pashmina. È un modo per democratizzare l’arte o per renderla un talismano quotidiano?

Arte da Vestire è un progetto di art-marketing d’élite pensato per gratificare e fidelizzare i partner più strategici di un’azienda, come clienti e fornitori VIP. L’obiettivo è creare un club esclusivo attraverso la consegna di una pashmina d’autore in edizione limitata, che traduce i valori e i colori aziendali su un tessuto pregiato in seta e modal. Questo accessorio, di grandi dimensioni e totalmente unisex, diventa un vero ambasciatore del brand che coccola chi lo indossa in ogni stagione dell’anno. Ogni pezzo è reso unico dalla firma dell’autore, dalla personalizzazione col logo aziendale e da un certificato di autenticità, trasformando un omaggio di prestigio in un potente simbolo di appartenenza che genera una fedeltà istintiva verso l’azienda.

Se dovessi scegliere un’opera che rappresenti il “Ponte Arvedi” tra Italia e USA, quale sceglieresti?

Sceglierei l’opera che ho fatto per la Niaf “Our Fleg My Heart” in cui rappresentavo la bandiera americana con il cuore italiano. Questa secondo me rappresenta in qualche modo il mio amore per gli Stati Uniti, ma allo stesso tempo il mio profondo orgoglio di essere italiano

Dopo New York e Chicago, quali sono i nuovi confini che i tuoi Guerrieri intendono varcare?

Dopo tanto occidente puntiamo all’Oriente, ho già preso contatti per valutare il mondo arabo e l’India. Vedremo le risposte e poi valuteremo il da farsi.

libro

Se domani dovessi perdere tutti i tuoi colori e avessi solo un pezzo di carbone e una parete bianca, cosa disegneresti per sentirti ancora Arvedo Arvedi?

Tanti puntini e poi inizierei ad unirli come si faceva quando ero piccolo, da questo intrico di linee e punti inizierei a vedere zone da riempire da tratteggiare o da lasciare vuote. Mi divertirei molto sicuramente, bella idea Magari lo farò prossimamente.

Arvedo, dal 5 al 28 marzo i tuoi Guerrieri Danzanti saranno alla Carlo D’Orta Gallery di Roma. Che tipo di cortocircuito vuoi creare portando il segno arcaico e pop nel cuore della “Città Eterna”?

Ho avuto la fortuna di essere ospite di Carlo d’Orta un grande artista Fotografo che ha vinto importantissimi premi. Carlo ha un tipo di fotografia particolare, infatti attraverso uno specchio deformato, riprende le immagini paesaggi in maniera completamente diverse. Essere ospite nella sua galleria mi permette di potermi esprimere in maniera molto libera, i guerrieri danzanti porteranno movimento e porteranno colore in un mondo che essendo fotografia in qualche modo è statico ma allo stesso tempo, visto che sono fotografie in qualche modo deformate, riprenderanno i movimenti delle mie opere e gli amplificheranno

L’appuntamento è fissato per un viaggio verso la nostra parte più primordiale, un’esperienza sensoriale dove la ragione cede il passo all’emozione. Ci lasceremo trasportare dall’istinto e dal cuore, immersi in un’atmosfera scandita da “suoni” di altri tempi, per ritrovare quella connessione profonda che solo l’arte e la memoria sanno restituirci.

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