Ci sono risposte che valgono più di mille domande, spesso ci sono domande che non si accontentano di una definizione, ma scavano, aprono e poi restano. E ci sono vite che, semplicemente vivendosi fino in fondo, diventano una risposta per chiunque si sia mai sentito fuori posto, troppo rumoroso o troppo fragile, troppo qualcosa, o mai abbastanza.
Mattia Fumagalli è una di quelle storie che lasciano il segno, non solo per il suo volto che non chiede il permesso, per l’ironia che taglia e accarezza insieme, o per i video che attraversano lo schermo e arrivano dritti dove serve, ma perché dietro il personaggio c’è una persona intera. Un’anima che ha fatto la cosa più difficile, smettere di chiedere scusa per esistere. Smettere di svuotarsi per entrare nelle aspettative altrui, di nascondere le ferite, e invece renderle visibili, vere, persino belle. Belle non nonostante, ma grazie a… grazie al dolore, alla differenza, alla fatica, al percorso. Decidendo di rimanere autentico, a volte scomodo, sempre sincero.
E questa, oggi più che mai, è una piccola rivoluzione, silenziosa, gentile, ma inarrestabile. La rivoluzione di chi ha capito che non c’è libertà più grande dell’essere se stessi e non c’è bellezza più potente di quella che nasce quando smetti, finalmente, di voler piacere a tutti.
Ciao Mattia e grazie per aver condiviso questo tempo con noi…
Chi era Mattia prima della Fumagalla?
Prima che il mondo conoscesse la Fumagalla, c’era un ragazzo che cercava la bellezza in ogni angolo della sua vita, ma che spesso non riusciva a trovarla dove sperava. C’era un Mattia bambino, fragile ma curioso, con la testa piena di sogni e un cuore che batteva più forte per ciò che non aveva che per ciò che possedeva. Il piccolo Mattia si distingueva non solo per il suo aspetto, con quei capelli lunghi e biondi che sembravano portare con sé il sole, ma per un’anima che sentiva di appartenere a qualcosa di più grande, a un mondo che non sempre sembrava accoglierlo come lui sperava.
Se dovessi presentarci il te bambino, in una scena di film, che immagine ci regaleresti?
Immagina una scena in cui un bambino dai capelli d’oro cammina su una spiaggia deserta, i suoi passi leggeri come una piuma, ma con uno sguardo che tradisce una solitudine che nessuno riesce a capire. È circondato da animali, i suoi unici amici, che sembrano parlare una lingua segreta con lui. C’è una leggera brezza che scompiglia i suoi capelli, mentre lui cammina con una mano sempre pronta a toccare qualcosa, come se stesse cercando di afferrare la bellezza che sfugge. Non è mai davvero solo, ma nemmeno mai veramente capito. La scena è piena di colori tenui, e il ragazzo è avvolto da una luce che sembra promettergli che, prima o poi, troverà il suo posto nel mondo, anche se quel giorno sembra ancora lontano.

Sono tanto legato a questa Fumagalla che devo fare un vero salto.
Fumagalla è diventata il mio rifugio, ma anche il mio faro. È quel salto che mi permette di guardarmi da fuori e capire dove sono stato e dove sto andando. C’è qualcosa di potente in questo nome, qualcosa che mi lega a quella parte di me che ha sempre cercato di essere più di quello che sembrava. Quella parte di me che, come un piccolo Lord o una Cenerentola, ha dovuto imparare a vivere con la solitudine, ma anche con la bellezza che si nasconde dietro ogni angolo.
Il piccolo Mattia era un bambino che cercava di adattarsi, di trovare la sua strada tra chi riusciva a capire il suo cuore e chi, invece, lo ignorava. Era una lotta, una danza tra la leggerezza dell’animo e la pesantezza della realtà. A volte vinceva la voglia di fuggire, altre la necessità di restare. Il salto, oggi, è quello che mi permette di non restare più intrappolato in un passato che non mi appartiene più, ma di trasformarlo in qualcosa di vivo, che respira e che cresce ogni giorno.
Quando hai capito che “essere te stesso” poteva essere un atto rivoluzionario?
In realtà, non l’ho capito. L’ho imparato sulla mia pelle.
Per anni ho inseguito versioni di me che non mi appartenevano, cercando di adattarmi a persone, luoghi e situazioni che erano solo di circostanza. Mi sono perso, più volte, rincorrendo l’idea di ciò che “avrei dovuto essere” per piacere o per stare al passo.
Poi è arrivato il tempo. Che, secondo me, è uno dei maestri più spietati ma anche più sinceri che la vita possa offrirti. È stato lui a insegnarmi che non esiste libertà più grande dell’essere se stessi, a prescindere da tutto e da tutti. Soprattutto dal giudizio.
Qualche giorno fa ho letto una frase che mi ha colpito profondamente:
“Il giudizio degli altri ha importanza solo se siamo noi a dargliela.” Niente di più vero.
Essere se stessi è il dono più potente che possiamo farci. Ma spesso ci dimentichiamo di meritarcelo. Ci trasformiamo in copie sbiadite di qualcun altro, o peggio, ci svuotiamo per far spazio a ciò che gli altri vorrebbero da noi.
Io ho smesso, io vivo per me, non per gli altri. E resto convinto di una cosa, l’offesa qualifica sempre chi la pronuncia, mai chi la riceve.

Cosa hai imparato di te vivendo in un reality? E cosa hai disimparato, per fortuna?
Ho sempre visto questi format come un’occasione, non solo per me, ma per chi guarda. Un modo per dare coraggio e voce a chi magari quella forza ancora non l’ha trovata, o non sa di averla. In privato ho ricevuto tanti messaggi pieni di gratitudine da parte di persone che si sono sentite meno sole, meno sbagliate. E questo, onestamente, è il regalo più grande, sapere che essere se stessi può fare bene anche agli altri.
Poi, certo, non nascondo che mi piace stare in modalità “all eyes on me”, un po’ da diva — ma dai, chi non lo sognerebbe almeno una volta?
Disimparato… niente. Piuttosto ho compreso.
Ho capito che puoi tendere mille mani, ma alla fine, se vuoi davvero salvarti o migliorarti, servono le tue di mani, il tuo passo e la tua forza e a volte fa anche bene accorgersene dentro quattro mura, sotto mille telecamere, con un microfono addosso.
Che rapporto hai con il silenzio? Lo eviti o lo cerchi?
Direi che ho un ottimo rapporto con il silenzio, e lo consiglio a molti. Certo, può far paura all’inizio, perché nel silenzio senti davvero te stesso, senza filtri, senza distrazioni. Ma è proprio lì che, secondo me, si rinasce. È lì che ritrovi la tua forza.
Viviamo in un mondo dove ci viene chiesto di essere sempre presenti, sempre “on”: alle cene, con gli amici, sui social. Ma ho imparato che la solitudine non è assenza, è presenza con sé stessi.
È il mio spazio sacro, mi serve per ricaricarmi, per riflettere, per creare.
E poi ha un altro effetto collaterale bellissimo ti insegna che chi entra nel tuo tempo e nella tua vita deve portare un valore, qualcosa in più. Altrimenti, come dico spesso ciaone proprio.
Se domani sparissero i social, chi resterebbe accanto a te? E chi invece no, secondo te?
Guarda, io mi sono sempre battuto per non cadere nell’ovvio dei social.
Mi spiego meglio, anche se la relazione nasce online, ho sempre cercato di coltivarla con autenticità. Ti faccio un esempio semplice: rispondo quasi sempre ai direct, tempo permettendo.
Perché penso che quando una persona si prende anche solo qualche secondo per scriverti un pensiero, un complimento o un saluto, tu, come personaggio pubblico, hai il dovere di rispondere. È una forma di rispetto, di educazione. E l’educazione, oggi, è quasi rivoluzionaria.
Amo parlare con chi mi segue e se domani i social sparissero, sono certo che alcuni resterebbero comunque, magari ci scriveremmo lettere, ci manderemmo cartoline o ci troveremmo a mangiare una pizza dal vivo. Non mi terrorizza l’idea, perchè Il legame vero non vive solo in uno schermo e chi c’è davvero, resta anche senza Wi-Fi.
Ti immagini più in un ruolo artistico, creativo, o magari anche imprenditoriale? Dove ti vedi nei prossimi mesi?
Non faccio mai programmi a lungo termine, perché la vita mi ha insegnato che tutto può cambiare, in bene e in male. Anche le aspettative, che per anni sono state una mia prerogativa, le ho lasciate andare.
Oggi preferisco credere che se continui a lavorare, a cercare ciò che ami davvero, a fare spazio al meglio, le cose arrivano. Magari non quando vuoi tu, ma quando sei pronto davvero ad accoglierle
Per rispondere alla domanda, sono un po’ tutto quello che hai elencato.
Creativo, prima di tutto. Ma convivere con la creatività non è semplice perchè la testa non si spegne mai.
Artista, sì, perché sento il bisogno di esprimermi, di trasformare l’emotività in qualcosa di condivisibile.
Imprenditore… decisamente no. Quella parte lì non è nelle mie corde, ma ho imparato a circondarmi di persone che lo sanno fare, per poter vivere comunque del mio lavoro.
Non so dove mi vedo nei prossimi mesi.
Ma so che ci sarò, in tutte le mie versioni. Con la stessa fame di bellezza, verità e libertà.
Grazie Mattia per aver condiviso con noi i tuoi pensieri..
Alla fine, non serve un finale, perché storie come quella di Mattia non si chiudono: continuano, ogni giorno, in chi sceglie di non nascondersi più.
In chi guarda le proprie fragilità non come difetti, ma come forme diverse di forza.
In chi trova il coraggio di dire: “Mi tengo così. Intero. Anche storto. Anche troppo.”
La rivoluzione gentile non fa rumore. Non si impone, ma cambia le cose. Una parola alla volta e un volto alla volta. Un “io sono così” alla volta.
E se c’è qualcosa che ci portiamo via da questo incontro, forse è questo:
…che non dobbiamo essere perfetti per meritare spazio.
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