
Ieri sera il Grande Fratello ha finalmente dato la risposta che una parte del pubblico aspettava da giorni.
Simone Annicchiarico non rientrerà nella Casa.
Dopo la sua squalifica e dopo aver lasciato aperta, almeno agli occhi di molti spettatori, la speranza di una seconda possibilità, è arrivata la decisione definitiva.
Il comunicato letto da Ilary Blasi non lascia spazio a interpretazioni: il programma ha dichiarato di aver apprezzato il pentimento e le scuse di Simone, ma ha spiegato che esistono «regole e precedenti che non ammettono eccezioni». La squalifica, dunque, resta.
Le regole sono regole. Ferree. Insindacabili.
E proprio per questo diventa inevitabile chiedersi: lo sono sempre?

Quando la regola è ferrea. E quando diventa un richiamo generale
Nella stessa serata, Ilary ha ricordato ai concorrenti che vivere liberamente la Casa non significa dimenticare di essere in televisione. Un richiamo alla responsabilità, al linguaggio e alla consapevolezza di essere osservati.
Giusto. Ma generale.
Perché dopo le frasi pronunciate da Giacomo Gallani, delle quali abbiamo parlato nel precedente articolo di FUXIA, ci aspettavamo qualcosa di più di una raccomandazione rivolta indistintamente a tutta la Casa.
Non necessariamente una squalifica. Lo abbiamo già scritto e lo ribadiamo: una punizione dovrebbe essere proporzionata al comportamento. Un richiamo diretto. Una nomination d'ufficio. Una penalizzazione. Qualunque provvedimento che rendesse chiaro che quelle parole erano state ascoltate.
Invece nessun provvedimento individuale. Ed è difficile non percepire la contraddizione: per Simone la responsabilità è individuale e la conseguenza è automatica; quando invece si tratta di altre parole, la responsabilità sembra diventare collettiva e il richiamo indistinto.

La puntata del 28 settembre. Turchia–Italia su Rai 1 ha raccolto 7.380.000 spettatori e il 36,4%.
Il 16,6% può avere un alibi. La noia no.
La concorrenza della Nazionale era enorme e sarebbe scorretto ignorarla. Per questo non vogliamo utilizzare il 16,6% come una sentenza.
Vogliamo usarlo per porre una domanda molto più scomoda: tolta la partita, cosa ci avrebbe fatto venire voglia di rimanere davanti al Grande Fratello?
Ed è qui che la risposta diventa difficile. Perché, soprattutto dopo l'uscita di Simone, c'è pochissimo che riesca davvero ad accendere la curiosità.
Il problema non è necessariamente che questo cast sia incapace di funzionare. Il problema è che nessuno sembra aver ancora capito come farlo funzionare.
Hanno confuso ciò che funzionava con il motivo per cui funzionava.

Stanno copiando l'edizione precedente. Ma hanno dimenticato le persone
La scorsa edizione aveva trovato una propria leggerezza. C'erano i balletti, le canzoni, le gag, “Parole al vento” e situazioni volutamente sopra le righe che erano diventate parte dell'identità del programma.
Hanno funzionato. E qualcuno sembra aver concluso: ha funzionato? Rifacciamolo.
Ma non erano i balletti a funzionare. Non erano le canzoncine. Non era “Parole al vento”.
Erano Alessandra Mussolini, Antonella Elia, Francesca Manzini e quel cast dentro quelle situazioni. Erano le loro personalità, i loro tempi televisivi, le loro reazioni, le incompatibilità, l'autoironia. La formula era la stessa per tutti. Loro la rendevano viva.

E ieri “Parole al vento” ha ottenuto l'effetto opposto
Guardandolo ieri sera, la sensazione non era quella di ritrovare qualcosa che ci era piaciuto. Era quella di assistere alla copia di qualcosa che avevamo già visto fare meglio.
E invece di pensare «che divertente», ti ritrovi inevitabilmente a pensare: quanto ci mancano la Mussolini, la Elia, la Manzini.
Ogni volta che riproponi identica una dinamica della scorsa edizione stai invitando lo spettatore a fare un confronto. E se il nuovo cast non possiede le caratteristiche che avevano reso quella situazione divertente, la nostalgia prende il posto dell'intrattenimento.
Questo cast non deve interpretare quello dell'anno scorso
Non è neppure detto che questo cast sia irrimediabilmente sbagliato. Magari alcune persone che oggi sembrano poco interessanti potrebbero diventarlo. Ma bisogna metterle nelle condizioni di esserlo.
Bisogna osservare ciò che accade realmente nella Casa: capire quali rapporti stanno nascendo, quali incompatibilità possono trasformarsi in dinamiche, chi possiede ironia, chi sorprende, chi divide, chi emoziona. E poi costruire il programma intorno a queste persone. Non chiedere a queste persone di ricostruire il programma dell'anno scorso.
E poi c'era Simone
In tutto questo, Simone rappresentava una delle pochissime cose che non avevano bisogno di essere costruite. Funzionava spontaneamente.
Non sembrava impegnato a interpretare il concorrente del Grande Fratello. Era ironico, leggero, imprevedibile. Ed era riuscito in pochissimo tempo a creare affetto e attenzione anche fuori dalla Casa.
Il Grande Fratello ha deciso che la regola dovesse prevalere. È una scelta. Ma dal punto di vista televisivo resta una domanda: cosa rimane quando togli da un cast che fatica ad accendersi una delle pochissime persone che si era accesa da sola?
Non serve replicare una formula. Serve trovarne una nuova.
Ogni edizione dovrebbe avere una propria identità. Questa ancora non ce l'ha.
Il pubblico non ha bisogno di vedere la stessa scena interpretata da persone diverse. Ha bisogno di trovare una ragione per voler vedere queste persone.
Per questo la domanda che gli autori dovrebbero porsi non è «Che cosa aveva funzionato l'anno scorso?». La domanda è: «Che cosa può funzionare quest'anno?»
Perché continuare a riprodurre il passato non farà tornare il Grande Fratello dell'anno scorso. Farà soltanto sentire ancora di più la sua assenza.
Non è la formula che fa funzionare il cast.
È il cast che fa funzionare la formula.