Partiamo da un punto sul quale, almeno per quanto ci riguarda, non esiste alcuna discussione.
Bestemmiare è sbagliato.
È volgare, è irrispettoso per chi crede e certamente non è un comportamento che una trasmissione televisiva debba incoraggiare o normalizzare.
Simone Annicchiarico ha pronunciato un'espressione non consentita dal regolamento del Grande Fratello e il programma ha deciso di applicare la sanzione più drastica: la squalifica. Fin qui i fatti. Il problema comincia subito dopo.
Perché una cosa è stabilire che un comportamento non sia accettabile. Un'altra è decidere che per uno scivolone, per quanto grave, debba esistere una sola pena possibile: la pena capitale televisiva.
Fuori. Fine. Sipario.
Ma riconoscere che un comportamento sia sbagliato non significa dover considerare automaticamente giusta qualsiasi punizione. Ed è proprio sulla proporzione tra l'errore e la pena che vale la pena fermarsi a ragionare.
NON TUTTO CIÒ CHE È SBAGLIATO DEVE ESSERE IMPERDONABILE
Non facciamo gli ipocriti. Nella vita reale capita che una persona dica qualcosa che non dovrebbe dire. Capita nelle famiglie, capita tra amici, capita ai ragazzi e capita agli adulti.
Quando un figlio si lascia scappare una bestemmia, un genitore lo riprende. Gli dice che non si dice. Magari si arrabbia. Ma difficilmente gli prepara la valigia e gli comunica che da quel momento non potrà più rientrare in casa.
Perché nella vita reale conosciamo un concetto fondamentale: la proporzione tra un errore e le sue conseguenze.
E qui arriviamo al paradosso. Il Grande Fratello nasce precisamente dall'idea di mettere delle persone sotto osservazione ventiquattr'ore su ventiquattro e raccontarne la quotidianità. Una sorta di trasposizione televisiva della vita reale.
Nella vita reale le persone sbagliano. Dicono cose sbagliate. Perdono la pazienza. Usano parole che non dovrebbero usare. Se ne pentono. E qualche volta chiedono scusa.
Se pretendiamo spontaneità da persone osservate da telecamere e microfoni per l'intera giornata, ma contemporaneamente trasformiamo ogni errore in una potenziale esecuzione televisiva, forse non stiamo più raccontando la realtà. Stiamo chiedendo ai concorrenti di recitarne una versione sterilizzata.
POI ARRIVA SIMONE. E CHIEDE SCUSA.
Venerdì sera Simone Annicchiarico è entrato in studio. Avrebbe potuto minimizzare. Avrebbe potuto cercare attenuanti. Avrebbe potuto rifugiarsi nel classico “non volevo”. Ha fatto qualcosa di diverso.
Si è assunto la responsabilità di quello che aveva detto.
«Sono amareggiato, un po' triste, un po' affranto», ha spiegato. Ha parlato di un blackout. Poi ha tirato fuori una definizione che, probabilmente, soltanto Simone poteva trovare in un momento simile:
«È stato un vuoto sinaptico».
E già questo racconta molto del personaggio che il Grande Fratello ha deciso di perdere.
Perché raramente, nella lunga storia del programma, abbiamo incontrato un concorrente con la sua proprietà di linguaggio, la sua ironia involontaria, la capacità di essere colto senza ostentarlo e soprattutto quella strana combinazione di malinconia, intelligenza, goffaggine e umorismo che non sembrava costruita a tavolino.
Simone ha detto di essersi sentito «tradito da me stesso». Ha riconosciuto di aver dato un cattivo esempio. Ha chiesto scusa al pubblico, ai suoi compagni e agli autori. E ha chiesto una seconda possibilità.
Non ha chiesto di cancellare ciò che aveva fatto. Ha chiesto che un errore non cancellasse tutto il resto.
MA C'È UNA FRASE CHE NON POSSIAMO IGNORARE
Introducendo il caso, Ilary Blasi ha spiegato che Simone aveva utilizzato un'espressione vietata dal regolamento, offendendo anche — parole pronunciate in trasmissione — «la sensibilità di gran parte del pubblico».
Ed è qui che qualcosa non torna.
Perché chi stabilisce che “gran parte del pubblico” si sia sentita offesa?
Soprattutto quando basta aprire X, Instagram e leggere i commenti pubblicati sotto le notizie della squalifica per incontrare una protesta di segno esattamente opposto.
Non significa che nessuno si sia sentito offeso. Certamente qualcuno lo sarà stato e quella sensibilità merita rispetto.
Ma sui social, nelle ore successive all'espulsione, è comparsa una quantità impressionante di commenti di spettatori che contestavano la decisione, chiedevano una seconda possibilità, proponevano una nomination d'ufficio o un televoto e, soprattutto, chiedevano il ritorno di Simone.
C'è chi ha scritto che avrebbe smesso di guardare il programma. Chi ha chiesto di lasciare la decisione al pubblico. Chi ha ricordato episodi di precedenti edizioni ritenuti ben più gravi.
E chi ha posto una domanda semplicissima: perché non punirlo senza cancellarlo?
Il punto non è stabilire che tutto il pubblico la pensi allo stesso modo. Non lo sapremo mai.
Il punto è un altro: non si può invocare “il pubblico” come una massa indistinta quando una parte così rumorosa di quello stesso pubblico sta dicendo esattamente il contrario.
IL PUBBLICO NON È UN ALIBI
Se il Grande Fratello ritiene che una bestemmia debba comportare automaticamente la squalifica, può dirlo. È una scelta editoriale. Può essere condivisa oppure contestata, ma almeno è chiara.
Quello che diventa molto più difficile accettare è utilizzare la sensibilità degli spettatori per rafforzare quella decisione.
Perché a decidere da cosa sentirsi offeso dovrebbe essere il pubblico, non chi produce il programma.
E una parte molto consistente del pubblico, in queste ore, sembra essersi sentita offesa soprattutto da un'altra cosa: dal non essere stata ascoltata.
E POI ARRIVA IL “VEDREMO”
Durante la puntata è successo qualcosa di ancora più curioso. Cesara Buonamici ha auspicato una seconda chance. Selvaggia Lucarelli ha pronunciato forse la frase più sensata dell'intera vicenda: un errore non può definire una persona.
Persino Ilary Blasi ha sottolineato che l'attitudine mostrata da Simone era ben distante dalla frase pronunciata. Poi Simone ha chiesto di poter tornare.
E Ilary gli ha risposto che avrebbe inoltrato la richiesta al Grande Fratello e alla produzione:
«Nei prossimi giorni vediamo quello che succede».
E allora permetteteci una domanda. Se la squalifica deriva dall'applicazione inderogabile di una regola, che cosa c'è da vedere nei prossimi giorni?
O la regola non consente eccezioni, oppure esiste uno spazio di valutazione. Le due cose insieme sono difficili da sostenere.
Ed è proprio questo limbo ad alimentare nel pubblico la sensazione di essere tenuto in sospeso. Perché adesso chi vuole Simone dentro dovrebbe continuare a guardare. Aspettare lunedì. Sperare. Vedere cosa succede. E magari lunedì aspettare ancora.
Sarà davvero concessa una seconda possibilità? Sarà un rientro effettivo? Un semplice passaggio nella Casa? Un'ospitata?
O il “vedremo” serve soprattutto a non perdere, nel frattempo, tutti quelli che stanno dichiarando di non avere più interesse per il programma senza Simone?
Non abbiamo la risposta.
Ma a questo punto vale la pena farsi un'altra domanda: che cosa aveva Simone di così particolare da riuscire, in appena una settimana, a conquistare un consenso tanto trasversale? E soprattutto: cosa succede a un reality quando il pubblico sceglie spontaneamente il proprio protagonista, prima ancora che sia il programma a costruirne il racconto?
QUANDO È IL PUBBLICO A SCRIVERE LA STORIA
In pochissimi giorni Simone Annicchiarico aveva fatto qualcosa che al Grande Fratello non succede così spesso. Aveva messo d'accordo persone diverse.
Non era ancora nato il solito esercito contrapposto di fandom pronti alla guerra. Non servivano ship. Non servivano triangoli. Non servivano strategie.
Simone funzionava semplicemente perché era Simone.
Strampalato, colto, buffo, malinconico, imprevedibile. E soprattutto spontaneo. Un concorrente che non sembrava preoccuparsi continuamente di “fare il concorrente”. In un reality, paradossalmente, è merce rarissima.
Quando intorno a un concorrente nasce in pochissimo tempo un consenso così spontaneo e trasversale, senza bisogno di rivalità, contrapposizioni, ship o dinamiche particolarmente costruite, diventa inevitabilmente più difficile prevedere dove porterà quel consenso e come influenzerà gli equilibri del programma.
Simone non aveva bisogno che gli venisse costruita intorno una storia. La storia, intorno a Simone, la stava costruendo direttamente il pubblico.
Ed è forse questo l'aspetto più interessante di tutta la vicenda. Quando accade qualcosa del genere, il racconto comincia a non appartenere più soltanto agli autori. Comincia ad appartenere agli spettatori.
Non serve immaginare complotti, vincitori prestabiliti o decisioni prese a tavolino per riconoscere un fenomeno molto più semplice: Simone stava diventando una variabile sempre meno prevedibile. E ciò che non puoi prevedere diventa inevitabilmente anche più difficile da gestire.
Dopo appena una settimana, la sua uscita ha provocato una reazione tale da trasformare una squalifica in uno dei temi centrali dell'edizione.
E qui arriva il paradosso più grande: hanno fatto uscire Simone dalla Casa, ma sono riusciti a renderlo ancora più protagonista del Grande Fratello.
E GLI ASCOLTI?
Qui bisogna essere seri. Venerdì sera il Grande Fratello aveva davanti un avversario enorme: Italia-Belgio.
La partita ha raccolto circa 6,3 milioni di spettatori e il 34,2% di share. Il Grande Fratello si è fermato a circa 1,7 milioni e al 17%.
Ma c'è una precisazione fondamentale da fare. I dati Auditel non registrano ciò che guarda ogni singolo televisore italiano. Gli ascolti vengono stimati attraverso un campione rappresentativo di famiglie dotate degli strumenti di rilevazione Auditel.
Questo significa che se moltissime persone, dopo aver capito che Simone non sarebbe rientrato, hanno davvero spento il Grande Fratello o cambiato canale — come hanno dichiarato sui social — non possiamo sapere quante di loro appartenessero al campione Auditel e, di conseguenza, quanto quella protesta abbia inciso concretamente sul dato finale.
Allo stesso modo sarebbe scorretto sostenere che chi non ha guardato il reality lo abbia fatto necessariamente per Simone: dall'altra parte c'era una partita della Nazionale, un concorrente televisivo fortissimo.
Quindi no, non possiamo usare quel 17% come prova matematica di una fuga degli spettatori provocata dalla squalifica. Ma non possiamo nemmeno ignorare ciò che un numero Auditel, da solo, non è in grado di raccontare.
Moltissimi spettatori hanno dichiarato pubblicamente di aver cambiato canale. C'è chi ha scritto di aver spento il Grande Fratello nel momento in cui è diventato chiaro che Simone non sarebbe rientrato. Chi ha annunciato che non avrebbe più seguito il programma. E chi, magari senza alcun particolare interesse per il calcio, quella sera ha ironicamente scoperto un'improvvisa e irresistibile passione per Italia-Belgio.
Possiamo quantificarli con precisione? No.
Possiamo fingere che quelle persone non esistano soltanto perché non sappiamo se avessero o meno un meter Auditel collegato al televisore? Nemmeno.
Perché oggi il rapporto tra pubblico e televisione non si misura soltanto attraverso uno share. Si misura anche nelle conversazioni, nelle reazioni, nei commenti e nella capacità di una trasmissione di mantenere il coinvolgimento delle persone che la seguono.
E quelle conversazioni, in questo momento, stanno dicendo qualcosa.
IL GRANDE FRATELLO PUÒ IGNORARE IL PUBBLICO. MA FINO A UN CERTO PUNTO.
Una trasmissione ha il diritto di avere delle regole. Anzi, deve averle. Ha anche il diritto di prendere decisioni impopolari.
Ma esiste una differenza enorme tra ascoltare il pubblico e obbedire al pubblico. Nessuno pretende che un reality venga amministrato attraverso un referendum permanente.
Ma quando così tante persone manifestano contemporaneamente lo stesso disagio, liquidarle significa dimenticare una cosa elementare:
Senza spettatori non esiste spettacolo.
Il pubblico non è un fastidioso rumore di fondo. Non è soltanto uno share. Non è qualcuno che deve votare quando gli viene concesso un televoto e poi tornare silenziosamente sul divano.
Il pubblico è parte integrante del meccanismo.
Ed è curioso che proprio il programma che da oltre vent'anni ripete implicitamente che “il pubblico è sovrano” sembri ricordarsene soltanto quando il verdetto del pubblico coincide con quello della produzione.
NON CHIEDIAMO CHE LA BESTEMMIA DIVENTI ACCETTABILE
Vale la pena ripeterlo perché qualcuno, inevitabilmente, proverà a spostare il discorso.
No. Non stiamo chiedendo che bestemmiare diventi normale. Non stiamo dicendo che Simone non abbia sbagliato. Ha sbagliato. Lo ha riconosciuto senza arrampicarsi sugli specchi.
La domanda è molto più semplice:
Un errore deve necessariamente cancellare una persona?
Esistevano alternative. Un richiamo ufficiale. Una nomination d'ufficio. Una penalizzazione. Un televoto straordinario. Una sanzione capace di dire chiaramente “questo non si fa” senza trasformare otto giorni di percorso in una condanna definitiva.
Il rispetto di una regola dimostra autorevolezza. Saperne valutare la proporzione dimostra intelligenza.
E sarebbe stato forse persino un messaggio educativo più interessante. Perché educare non significa fingere che gli errori non esistano. Significa mostrare che agli errori seguono conseguenze, responsabilità, scuse e — quando possibile — una seconda possibilità.
E ADESSO?
Adesso la produzione dice che valuterà. Noi aspettiamo.
Ma c'è una cosa che sarebbe bene chiarire subito. Far rientrare Simone come semplice ospite non equivale a restituirgli ciò che gli è stato tolto.
Il punto non è concedergli qualche minuto nella Casa per salutare gli amici. Il punto è decidere se un errore debba davvero cancellare un concorrente al quale una parte così ampia e trasversale del pubblico si era affezionata in pochissimo tempo.
Perché questa edizione è breve. Ogni giorno sottratto al suo percorso è un giorno che non verrà restituito né a Simone né a chi voleva continuare a seguirlo.
E forse è proprio questa la cosa che il Grande Fratello dovrebbe comprendere più in fretta.
Non si tratta più soltanto di Simone Annicchiarico. Si tratta del rapporto tra una trasmissione e chi quella trasmissione la tiene in vita.
Potete stabilire le regole. Potete applicare le sanzioni. Potete perfino decidere di non cambiare idea.
Ma non potete chiedere al pubblico di sentirsi rappresentato da una decisione e poi ignorarlo quando vi dice, a gran voce, che quella decisione non lo rappresenta.
Ma il telecomando è ancora nostro.