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Rino Gaetano, le parole senza sconti. Mina incontra «A mano a mano»

2026-10-28   •   FUXIA MAGAZINE
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Rino cantava quello che vedeva, le disuguaglianze, la solitudine, le facce del potere e le contraddizioni di un’Italia che conosceva bene. Mina torna a interpretare «A mano a mano», scritta da Riccardo Cocciante e Marco Luberti e diventata, attraverso la voce di Rino, parte della vita di tante persone.

Rino Gaetano e Mina, composizione editoriale a colori
Composizione e colorazione interpretativa realizzate con AI a partire dalle fotografie fornite.

La musica e quello che succedeva fuori

Rino Gaetano aveva un modo tutto suo di raccontare le cose, poteva farti sorridere mentre ti metteva davanti una verità che avresti preferito evitare. Le sue canzoni entravano nelle case, si cantavano in macchina, diventavano familiari, e dentro portavano anche il disagio di chi non trovava posto, la rabbia di chi lavorava senza riuscire a cambiare la propria condizione, le abitudini di un Paese troppo disposto a lasciar correre.

Guardava la società, la politica, il potere e chi gli girava intorno. Li faceva entrare nei testi con un’ironia che non addolciva il giudizio, semmai lo rendeva ancora più pungente.

Sarebbe riduttivo ricordarlo soltanto per il cappello, la voce ruvida o quella sua aria scanzonata. Basta fermarsi sulle parole per sentire quanto fossero seri gli argomenti di cui parlava, anche mentre sembrava divertirsi.

Tutti sotto lo stesso cielo, con vite molto diverse

Ma il cielo è sempre più blu la cantiamo quasi d’istinto, basta sentirne l’inizio. Seguendo il testo, però, quella voglia di cantare si accompagna a qualcosa di meno allegro, perché Rino accosta persone che vivono nello stesso mondo senza avere le stesse possibilità.

Il lavoro, i soldi, le ambizioni, le difficoltà quotidiane, ciascuno ha la propria parte e per qualcuno è molto più pesante. Quel cielo, nella nostra lettura, rimane sopra tutti, ma non aggiusta le differenze.

Forse dovremmo riascoltarla pensando meno al ritornello e un po’ di più alle vite che lo precedono. Ci accorgeremmo di quanto facilmente sappiamo cantare insieme e di quanto sia più difficile accorgerci di chi abbiamo accanto.

Mio fratello è figlio unico porta questa distanza ancora più vicino. Già il titolo contiene una solitudine che riconosciamo, sentirsi estranei anche in mezzo agli altri, avere legami e continuare a cercare un posto nel quale poter essere sé stessi.

Rino dava voce anche a quella fatica, all’essere considerati fuori posto perché non si accettano le convinzioni e le abitudini di tutti.

Il potere, chiamato per nome

In Nuntereggae più i nomi arrivano davvero, politica, industria, giornalismo, personaggi che occupano la vita pubblica e che Rino trascina dentro una canzone irriverente, insofferente, capace di togliere loro un po’ di quella distanza che li rende intoccabili.

Il fastidio si sente, riguarda ciò che si legge, si ascolta, si subisce ogni giorno. Rino gli dà ritmo e parole, facendo entrare nel linguaggio della musica anche la stanchezza verso un mondo che sembra appartenere sempre agli stessi.

Non cercava parole educate per rendere più gradevole la contestazione. Usava l’ironia, gli accostamenti imprevedibili, lasciava che il sorriso diventasse una presa di coscienza.

È anche per questo che vale la pena tornare ad ascoltarlo, senza trasformarlo in un ricordo innocuo. Le sue canzoni conservano domande che ci riguardano, sul modo in cui viviamo, sulle cose alle quali ci abituiamo e su quante volte preferiamo non guardare.

«A mano a mano», la voce che ricordiamo

Poi arriva A mano a mano e il racconto si avvicina a due persone, a quello che hanno condiviso e che rischiano di perdere.

La canzone è stata scritta da Riccardo Cocciante e Marco Luberti, pubblicata nel 1978. Rino la interpretò nel tour del 1981 con Cocciante e i New Perigeo, dandole un’identità così riconoscibile da legarla profondamente alla propria voce.

Nel testo affiora il ricordo di una stanza, di una vita con pochi soldi e di un amore che allora sembrava bastare. Sono immagini semplici, nelle quali possiamo ritrovare qualcosa di nostro, un inizio, una casa, il tempo in cui si avevano meno cose e si riusciva comunque a immaginare tutto.

Poi un rapporto cambia, ci si allontana, quello che sembrava naturale diventa difficile. La canzone rimane dentro questa fragilità, lasciando spazio al desiderio di ritrovarsi.

Nell’interpretazione di Rino sentiamo una tenerezza esposta, quasi il pudore di chi sta dicendo qualcosa che gli costa. La sua voce ruvida dà peso a quella speranza, ci fa avvertire quanto possa essere difficile cercarsi ancora dopo essersi persi.

Mina e le parole che possono toccarci ancora

Mina reinterpreta oggi A mano a mano per la campagna istituzionale di Intesa Sanpaolo, diretta da Sergio e Pietro Castellitto. Un’occasione pubblicitaria che riporta all’ascolto una canzone carica di ricordi.

L’incontro incuriosisce perché il brano sembra offrirle uno spazio profondamente suo, l’amore raccontato nelle esitazioni, nella nostalgia, nel desiderio di avvicinarsi senza sapere come si verrà accolti.

È il tipo di intensità che cerchiamo nella voce di Mina, la possibilità di sentire dentro una frase anche ciò che una persona fatica a confessare. In questa canzone può trovare posto la maturità di chi conosce il valore di un legame, ha attraversato una separazione e sa che ricominciare richiede molto più di una promessa.

Il ricordo di Rino rimane, ognuno si porta dietro il proprio ascolto e la persona alla quale lo ha legato. Una nuova interpretazione può aggiungere qualcosa, raggiungerci in un momento diverso della vita, farci soffermare su parole che prima passavano più in fretta.

Da ragazzi possiamo averci sentito soprattutto il desiderio di amare, più avanti riconoscerci la fatica di custodire un rapporto. E ripensare a qualcuno con cui abbiamo avuto poco, una stanza, qualche progetto, ma abbastanza felicità da ricordarcene ancora.

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