Laioung, chiamatelo pure “Mulatto”: stavolta quella parola se la prende lui

Laioung sceglie “Mulatto” come titolo e lo fa sapendo perfettamente quanto questa parola possa essere discussa, fraintesa, persino respinta. La porta nella sua musica e la lega alla propria storia, alle sue origini, all’Italia, all’Africa e a un’identità che non ha mai avuto bisogno di scegliere una parte sola.
QUANDO A DEFINIRTI SONO GLI ALTRI
Giuseppe Bockarie Consoli, per tutti Laioung, ha una storia familiare che tiene insieme Italia e Sierra Leone, è cresciuto attraversando luoghi e culture differenti e questa mescolanza è entrata naturalmente anche nella sua musica, nei suoni che sceglie, nelle lingue, nel modo di raccontarsi. Mulatto (English Version), tratto dal nuovo disco ASANTE, porta questa identità direttamente nel titolo, utilizzando una parola che nel tempo ha assunto significati controversi e che Laioung sceglie di fare propria, senza addolcirla e senza cercarne una più semplice.
La questione diventa ancora più interessante ascoltando il ritornello, “Everybody says I’m coloured-coloured, but they really call me Mulatto”. Quel they, “loro”, sposta immediatamente lo sguardo su chi osserva, giudica, riconosce un’origine e pensa di avere già trovato una spiegazione. Laioung parte esattamente da quella definizione ricevuta dall’esterno e la porta dalla propria parte, non rinnega nessuna delle sue appartenenze e soprattutto non permette che una sola possa raccontarlo completamente. Una cosa è essere definiti, un’altra è decidere come raccontarsi.
UNA VERSIONE INGLESE CHE ALLARGA IL RACCONTO
La scelta dell’inglese non suona estranea a un artista che ha sempre avuto una dimensione musicale poco legata ai confini, anzi rende ancora più evidente quanto la storia raccontata in Mulatto possa uscire da una biografia personale e incontrarne molte altre. Cambiano i Paesi, le lingue e le origini, resta quella sensazione di essere guardati attraverso un particolare prima ancora di essere conosciuti per tutto il resto.
Laioung non costruisce però un brano pesante, non trasforma la propria identità in una spiegazione continua, lascia che sia la musica a fare buona parte del lavoro. Trap, afrobeat e sonorità mediterranee stanno nello stesso beat con naturalezza, esattamente come nella sua storia convivono influenze differenti, il ritornello insiste, si fa ricordare, mentre “mula” richiama il denaro, l’ambizione, la voglia di arrivare, ma anche quel desiderio di conquistarsi uno spazio che appartiene da sempre al linguaggio urban.
L’ITALIA, L’AFRICA E IL DIRITTO DI NON SCEGLIERE
Nel brano l’Italia è una presenza affettiva forte, una fiamma che Laioung porta nel cuore, mentre l’Africa attraversa le radici, il suono e una parte fondamentale della sua identità. Raccontarle insieme evita anche quella vecchia abitudine di chiedere a chi ha origini diverse quale sia il posto al quale sente di appartenere davvero, come se prima o poi fosse necessario scegliere.
Laioung quella scelta non la fa, perché la sua musica racconta da tempo una realtà molto più contemporanea, fatta di identità che possono avere più riferimenti, più lingue, più culture e perfino più modi di sentirsi a casa. Non significa vivere sospesi fra due posti, può significare esattamente il contrario, avere imparato a riconoscersi in entrambi senza dover chiedere il permesso a nessuno. Ed è anche per questo che Mulatto acquista un peso diverso rispetto a una semplice provocazione nel titolo, quella parola diventa il punto nel quale si incontrano ciò che Laioung ha ricevuto dalla propria storia familiare, ciò che ha vissuto e quello che ha costruito artisticamente.
LA MUSICA LO RACCONTAVA GIÀ
Il percorso di Laioung è nato dalla contaminazione, generi musicali, culture e linguaggi che si incontrano senza bisogno di essere ordinati. Anche quando la sua musica parlava soprattutto di ambizione, strada, successo e riscatto, dietro rimaneva l’esperienza di un ragazzo cresciuto con riferimenti differenti e diventato artista senza cancellarne nessuno.
Mulatto porta tutto questo più vicino alla sua storia personale, il beat resta potente, il pezzo conserva una dimensione immediata e ballabile, ma il titolo obbliga inevitabilmente ad ascoltare anche quello che succede sotto. Perché essere chiamati in un certo modo e scegliere di chiamarsi nello stesso modo possono sembrare due cose identiche, in realtà cambia completamente chi possiede quella parola.
ASANTE, PRIMA ANCORA DEL TITOLO
Anche il disco che contiene il brano si chiama ASANTE, una parola che in swahili significa “grazie”, e accanto a Mulatto aggiunge un altro elemento interessante al racconto di Laioung, perché persino nei titoli tornano lingue e riferimenti diversi, senza che uno debba cancellare l’altro. Non serve costruirci sopra un significato che l’artista non ha dichiarato, basta osservare quanto questa pluralità appartenga ormai naturalmente al suo linguaggio.
Il videoclip, diretto dallo stesso Giuseppe Bockarie Consoli, sarà pubblicato il 9 ottobre e aggiunge un altro dettaglio importante, perché Laioung non firma soltanto musica, testo e adattamento, ma prende parte direttamente anche alla costruzione visiva del brano. Mulatto diventa così un lavoro nel quale la sua presenza autoriale è particolarmente forte, dalla parola scelta per il titolo fino al modo in cui quella parola verrà mostrata.
MULATTO, MA DETTO DA LAIOUNG
La parola resta complessa e proprio per questo sarebbe sbagliato renderla innocua. Può infastidire, può aprire una discussione e porta con sé significati che cambiano anche a seconda di chi la usa e del contesto nel quale viene pronunciata. Laioung non prova a cancellare tutto questo, sceglie di partire dalla propria esperienza e di raccontarla attraverso quella stessa parola.
Il risultato è un brano urban che può funzionare semplicemente per il suo suono e contemporaneamente dire qualcosa di molto personale sull’appartenenza, sul modo in cui veniamo guardati e sulla libertà di costruire da soli il racconto di ciò che siamo.
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