LA TV RICOMINCIA, MA NOI NON L’ABBIAMO MAI SPENTA
Settembre una volta aveva un rumore preciso, quello delle sigle che tornavano, dei programmi che riaprivano gli studi e di una televisione che sembrava ricominciare insieme a noi, oggi abbiamo mille schermi e possiamo vedere tutto quando vogliamo, eppure quando settembre arriva continuiamo ad aspettare che qualcuno dica: si ricomincia.
La televisione non è morta, ha semplicemente cambiato divano.
Settembre ha sempre avuto qualcosa del primo gennaio, solo senza lenticchie, buoni propositi e sensi di colpa, si tornava dalle vacanze, si rimettevano le scarpe chiuse, ricominciava la scuola, le città riprendevano a fare rumore e soprattutto tornava la televisione. Quella vera, almeno così l’avremmo chiamata una volta. Le sigle ricominciavano a suonare, i conduttori tornavano abbronzati, gli studi sembravano più luminosi del solito e noi sapevamo perfettamente che l’estate era finita perché qualcuno, dall’altra parte dello schermo, pronunciava una parola semplicissima, “bentornati”. Oggi pensare che la televisione possa andare in vacanza fa quasi sorridere, abbiamo Netflix, Prime Video, Disney+, RaiPlay, Mediaset Infinity, YouTube, TikTok, podcast, reel, dirette, clip e telefoni che ci seguono persino in bagno, siamo circondati da contenuti dalla mattina alla sera, eppure settembre conserva ancora quell’aria lì, quella sensazione un po’ antica e bellissima che qualcosa stia per ricominciare. Solo che nel frattempo siamo cambiati noi.
Il telecomando non comanda più
Per anni la televisione ci ha insegnato l’attesa, un programma iniziava alle 21.30 e se volevi vederlo dovevi essere lì, una fiction finiva sul più bello e nessuno ti chiedeva se volessi guardare immediatamente la puntata successiva, aspettavi una settimana, se perdevi qualcosa il giorno dopo cercavi qualcuno che te lo raccontasse e lo spoiler non era ancora diventato un reato punibile con l’esclusione dal gruppo WhatsApp. Oggi siamo noi a decidere quando una storia deve cominciare, fermarsi e ripartire, siamo diventati direttori del nostro personale palinsesto e il telecomando, per decenni simbolo assoluto del potere domestico, ha perso parecchio del suo fascino Possiamo iniziare una serie alle due di notte, guardare sei episodi consecutivi, abbandonarla senza sensi di colpa, recuperare un programma tre giorni dopo oppure limitarci alla clip che tutti stanno commentando. Poi torna un grande programma, ricomincia un reality, una trasmissione riapre lo studio, parte quella sigla che conosciamo da anni e una parte di noi torna puntuale davanti alla televisione. Con il telefono in mano, naturalmente.
La TV è uscita dal televisore
Per anni abbiamo discusso della fine della televisione, lo streaming doveva ucciderla, internet renderla vecchia, i social portarci definitivamente altrove, nel frattempo lei ha fatto qualcosa di molto più semplice, è uscita dal televisore. Una puntata comincia sul piccolo schermo e continua su X, diventa un reel su Instagram, finisce su TikTok, produce meme, discussioni, fandom, litigi, articoli e reaction, il mattino successivo torna dentro una conversazione davanti alla macchinetta del caffè. Possiamo persino non aver visto il programma e sapere chi ha litigato con chi, cosa ha detto, come era vestito e quale faccia ha fatto quello seduto tre metri più in là. Un programma ormai vive prima, durante e soprattutto dopo la messa in onda, viene tagliato, commentato, trasformato e rimesso in circolo fino a raggiungere anche chi quella sera aveva scelto tutt’altro. La televisione non ha perso il pubblico, ha imparato a seguirlo.
Il 2026 riparte da qui
La nuova stagione rimette tutti in campo, tornano i grandi programmi, ripartono reality e talk, le fiction cercano nuove storie e l’informazione torna a contendersi una prima serata che ormai non finisce più quando si spegne il televisore. Il programma deve funzionare in onda, ma deve saper sopravvivere anche fuori, diventare conversazione, clip, titolo, meme, discussione, qualcosa che il giorno dopo abbia ancora abbastanza forza da farsi cercare. La televisione del 2026 non combatte soltanto contro il programma sull’altro canale, combatte contro una serie lasciata a metà, un video di trenta secondi, una notifica appena arrivata, una diretta sul telefono e quella maledetta tentazione di prendere lo smartphone durante una pubblicità e non rialzare più gli occhi per venti minuti. La concorrenza ormai ce l’abbiamo letteralmente in mano.

La battaglia è per il nostro tempo
Rai, Mediaset, La7, Nove, Sky, piattaforme e streaming cercano tutti la stessa cosa, non semplicemente uno spettatore, ma un pezzo del suo tempo. Possiamo avere cento programmi, mille serie e milioni di video pronti a partire, ma continuiamo ad avere ventiquattro ore al giorno e un’attenzione distribuita tra una quantità di schermi che vent’anni fa sarebbe sembrata fantascienza. La sfida non è più soltanto convincerci ad accendere la televisione, è convincerci a restare. Perché alla fine possiamo avere tutte le piattaforme del mondo, ma quando succede qualcosa che vogliamo commentare insieme agli altri torniamo ancora lì, davanti a quella vecchia scatola che da anni continuiamo a dichiarare morta.
La vecchia TV è ancora qui
Ogni anno qualcuno annuncia la morte della televisione generalista e ogni anno lei, con una certa maleducazione, continua a presentarsi viva all’appuntamento. Cambia, perde qualcosa, guadagna altro, ogni tanto si aggrappa troppo a quello che conosce, altre volte riesce ancora a creare fenomeni che entrano nelle nostre conversazioni, ma conserva una cosa che nessuna piattaforma è riuscita completamente a sostituire, la capacità di farci essere nello stesso posto nello stesso momento. Una serie in streaming può essere meravigliosa, ma tu sei alla quinta puntata e io alla seconda, ne parliamo evitando metà delle frasi per paura dello spoiler, quando invece milioni di persone stanno guardando contemporaneamente la stessa cosa nasce qualcosa che conosciamo da sempre. Un presente condiviso.
Noi torniamo a raccontarla
Siamo spettatori più infedeli, veloci, esigenti e decisamente più rumorosi, non ci limitiamo a guardare, commentiamo, giudichiamo, creiamo meme, scegliamo chi ci piace e chi non sopportiamo, una frase può diventare più importante di un’intera puntata e trenta secondi possono trasformare un personaggio nel nome del giorno. La televisione lo sa e ha imparato il gioco, adesso ricominciamo anche noi, torniamo a scrivere, raccontare, cercare le notizie, commentare quello che vedremo e anche quello che avremmo volentieri evitato, torniamo a parlare di televisione, costume, personaggi, storie e di tutto quello che riuscirà, nel bene o nel male, a entrare nelle nostre giornate. Ci saranno programmi che ameremo, altri che massacreremo con affetto, qualcuno ci sorprenderà, qualcuno ci farà domandare come faccia a essere ancora lì e qualcun altro arriverà senza troppo rumore per diventare quello di cui parleranno tutti.
Settembre riaccende gli studi, noi riaccendiamo le parole.
È settembre, funziona così, le luci degli studi si riaccendono, le poltrone tornano a riempirsi, le sigle ripartono e noi siamo nuovamente qui, con un telecomando che conta molto meno di una volta e molte più cose da raccontare.
La televisione ricomincia, noi in realtà non avevamo mai smesso di guardarla.