La dignità online ha tempestività differenti
L’Italia ha capito sulla propria pelle quanto la violenza sul web possa fare male, lo abbiamo imparato con storie silenziose e richieste d’aiuto rimaste senza risposta per troppo tempo. Per questo sono nate leggi importanti, la Legge 17 maggio 2024, n. 70 per fermare il bullismo, e prima ancora la Legge 29 maggio 2017, n. 71 contro il cyberbullismo. Nel 2019 è arrivato anche il "Codice Rosso", che punisce chi diffonde video o foto intime senza permesso. Sono regole giuste, fatte per difendere chi viene colpito da internet, che spesso corre più forte della nostra coscienza.
Eppure, oggi c’è qualcosa che non torna, la tempestività della protezione non è uguale per tutti. Ci sono persone comuni che hanno lottato per anni per far cancellare contenuti che le umiliavano, le loro richieste finivano nel nulla, ignorate dai computer dei grandi social. Storie come quella di Tiziana Cantone o di Carolina Picchio ci ricordano che il web è rapidissimo nel colpire, ma lentissimo nel difendere chi non ha voce.
È come se il dolore di una persona qualunque non pesasse abbastanza per far muovere gli algoritmi.
Un sistema a intermittenza
Il tira e molla di questa mattina sugli account di Fabrizio Corona, riattivati ancora una volta dopo l'ennesima chiusura e poi prontamente richiusi, con un rapidità che ci fa quasi pensare che siamo un Paese tecnologicamente super avanzato, ci spinge a una riflessione più attenta, poiché se in alcuni casi i contenuti lesivi restano online per mesi, in altri scompaiono o riappaiono quasi subito nonostante la legge sia la stessa. Qui entriamo in un territorio d'ombra dove la tempestività non segue il diritto, ma la capacità di un nome di vibrare nel sistema, toccando corde profonde e invisibili che le persone comuni non possiedono.
Questa situazione è l'emblema di un "metodo distorto" che viviamo in molti altri ambiti della società, il diritto che si piega alla rilevanza del personaggio o della situazione. Lo sappiamo, non scopriamo nulla di nuovo ammettendo che il mondo digitale, e non solo quello, rifletta le disparità di quello reale, ma è fondamentale che la luce su questo corto circuito rimanga sempre accesa. Accettare questa "velocità variabile" come una normalità inevitabile significherebbe arrendersi all'idea che esistano cittadini con "attenzioni" differenti anche nel momento del bisogno e della sofferenza.
Il diritto non è un privilegio
Siamo evidentemente davanti ad una tutela a doppia corsia che mette in discussione il significato stessa dell’equità, con una corsia lenta per le storie invisibili che svaniscono nel nulla, e una rapida per chi ha la forza di trasformare il proprio caso in un evento pubblico. Si crea una contraddizione profonda, dove siamo tutti uguali davanti alla legge, ma non davanti all'algoritmo, così le norme nate per proteggere i più deboli finiscono per essere applicate con con estrema precisione e velocità solo quando c'è in gioco una pressione mediatica che il cittadino normale non può esercitare.
È un fallimento etico, prima che legislativo, perché la reattività chirurgica mostrata in certi casi dimostra che gli strumenti tecnici per intervenire subito esistono, ma vengono azionati solo quando il "chi" supera in importanza il "cosa". Finché la protezione sarà legata alla risonanza del caso e non alla unicità dell'individuo, la rete continuerà a essere un luogo dove la giustizia è un privilegio selettivo per chi ha voce, e un miraggio per chi, nel silenzio, chiede solo di poter tornare a essere nessuno. Dobbiamo continuare a parlarne, non perché il caso singolo ci stupisca, ma perché la dignità non può avere scadenze diverse a seconda del mittente.
La fatica di essere invisibili
Il vero rischio è che il diritto diventi un lusso, poiché se la tempestività dipende da quanti sguardi hai addosso, allora chi vive una vita normale rimane sempre in pericolo, con il dubbio atroce che la legge non difenda la persona ma solo l'immagine di chi è sotto una luce più abbagliante. Quando un profilo importante viene riattivato o chiuso in poche ore, si dimostra che i mezzi per intervenire subito esistono eccome, e allora ci si chiede perché per una vittima qualunque bisogna aspettare anni.
Questa differenza di trattamento è l'emblema di un mondo digitale che corre solo quando gli conviene, dove le leggi nate per i più deboli finiscono per funzionare con decisione solo quando c'è di mezzo un personaggio forte, per questo dobbiamo continuare a parlarne e a tenere alta l'attenzione. La dignità non è un premio che si vince con la popolarità, e il rispetto per una persona deve avere la stessa tempestività per tutti, che si tratti di un personaggio pubblico o della ragazza della porta accanto.
Cosa ne pensate di questa dignità che arriva con tempi così diversi?
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