Garlasco, quando la convinzione viene prima della prova
Ci sono domeniche in cui accendi la televisione quasi per caso e, qualche ora dopo, ti ritrovi a riflettere molto più di quanto avessi previsto. La nostra è stata una di quelle, con il caso Garlasco tornato al centro dell’attenzione prima a Domenica In e poi a Verissimo.
Due programmi diversi, due momenti televisivi diversi, ma una sensazione comune: quanto è difficile mettere realmente in discussione una verità quando siamo già convinti di conoscerla?
A Domenica In, nello spazio dedicato al caso, Mara Venier e Tommaso Cerno hanno affrontato gli ultimi sviluppi insieme a Salvo Sottile e Rita Cavallaro, mentre Luciano Garofano è intervenuto in collegamento. Nel corso del confronto si è tornati anche sulle analisi effettuate nel 2007 sui pedali della bicicletta di Alberto Stasi e sulle successive verifiche risultate negative.
Garofano ha difeso il lavoro svolto all’epoca e la validità delle analisi che avevano evidenziato il profilo attribuito a Chiara. Per spiegare il proprio punto di vista ha utilizzato anche un esempio di carattere medico. Il senso del ragionamento, in sostanza, era questo: se un medico sa che un paziente è vivo, ma l’elettrocardiogramma restituisce un tracciato piatto, per quel medico il paziente resta vivo.
È un esempio che, ascoltato nel contesto del confronto, ci ha fatto riflettere.
Perché davanti a un esame che sembra contraddire ciò che riteniamo vero, la prima domanda dovrebbe essere proprio quella più semplice: perché?
Perché il risultato è diverso? C’è stato un errore? Le condizioni dell’esame erano corrette? È necessario ripeterlo? C’è qualcosa che non abbiamo considerato?
Insomma, si dovrebbe cercare di comprendere la discrepanza prima di decidere quale dei due elementi abbia ragione.
Ed è qui che, secondo noi, si trova il nodo della questione.
Una prova che non coincide con la ricostruzione che abbiamo già in mente non dovrebbe diventare automaticamente una prova da ridimensionare. Dovrebbe essere, prima di tutto, un elemento da approfondire. Anche perché potrebbe costringerci a rivedere qualcosa che davamo per acquisito.
Non è una questione che riguarda soltanto Garofano o il caso Garlasco. È un meccanismo molto umano: quando siamo profondamente convinti di qualcosa, tendiamo naturalmente a dare maggiore peso agli elementi che confermano la nostra convinzione e a cercare una spiegazione per quelli che la contraddicono.
Ma quando si parla di scienza e di giustizia, proprio questo meccanismo dovrebbe essere tenuto il più possibile fuori dalla valutazione delle prove.
Durante il confronto, Rita Cavallaro ha contestato la ricostruzione di Garofano, mentre anche gli altri ospiti hanno espresso posizioni differenti. Il dibattito è stato acceso, ma al di là delle diverse opinioni ci sembra che resti un principio difficilmente contestabile: le prove non possono acquistare o perdere valore semplicemente in funzione della conclusione alla quale vogliamo arrivare.
Se un elemento mette in discussione una ricostruzione, non significa automaticamente che quella ricostruzione sia sbagliata. Significa che quell’elemento deve essere esaminato.
Ed è proprio questo che rende così importante la questione delle analisi negative sui pedali. La loro esistenza e la loro gestione sono oggi tra gli aspetti che la Procura di Pavia sta cercando di ricostruire. Questo, da solo, non consente di affermare che qualcuno abbia deliberatamente nascosto una prova e non permette nemmeno di anticipare quale sarà l’esito delle nuove indagini.
Ma una cosa significa: c’è una domanda che merita una risposta.
E una domanda ancora aperta non dovrebbe essere considerata un fastidio.
Dovrebbe essere una ragione per continuare a cercare.
Forse è proprio questo uno degli aspetti più interessanti del caso Garlasco. Non siamo soltanto davanti alla possibilità che nuovi elementi possano modificare una ricostruzione precedente. Siamo davanti alla necessità di capire quanto siamo disposti ad accettare il dubbio quando il dubbio riguarda una certezza alla quale ci siamo affidati per anni.
Poi, qualche ora dopo, siamo passate a Verissimo, dove erano ospiti i genitori di Chiara.
E anche qui una frase ci ha particolarmente colpite. Una frase ripetuta più volte, quasi fosse diventata una formula da ripetere ogni volta che si parlava della nuova indagine:
«A noi la giustizia ha dato un colpevole, per noi è Stasi. Se questa nuova indagine, questa Procura, ci darà un nuovo colpevole, ne prenderemo atto.»
È una frase molto netta. E proprio per questo ci ha fatto nascere una domanda.
Se si accetta come verità ciò che la giustizia ha stabilito, perché quella stessa verità non dovrebbe essere rimessa in discussione quando è la giustizia stessa a farlo?
Perché il punto, secondo noi, è proprio questo. Non stiamo parlando semplicemente di una famiglia che dice di essere convinta della colpevolezza di Stasi. Stiamo parlando di una vicenda nella quale la stessa macchina della giustizia, a distanza di anni, sta tornando su alcuni elementi, sta ponendo nuove domande e sta cercando di verificare aspetti della ricostruzione precedente.
E allora la domanda diventa inevitabile: se la giustizia è stata considerata autorevole quando ha indicato un colpevole, perché dovrebbe perdere quello stesso valore quando è la giustizia a mettere in discussione, attraverso una nuova indagine, alcuni aspetti di quella verità?
È questo il passaggio che facciamo fatica a comprendere.
Non si tratta di pretendere che i genitori di Chiara cambino idea. Non si tratta nemmeno di stabilire oggi se Stasi sia colpevole o innocente rispetto a ciò che sta emergendo.
Si tratta di una questione molto più semplice: se accettiamo la giustizia quando ci consegna una risposta, dobbiamo essere disposti ad accettarla anche quando quella stessa giustizia ci dice che alcune domande meritano di essere riaperte.
La nuova indagine dovrebbe quindi essere lasciata libera di seguire gli elementi che emergeranno, senza la necessità di confermare una verità già stabilita e senza la pretesa che debba necessariamente ribaltarla.
Per noi, il punto è questo: non scegliere in anticipo quale verità sia quella giusta, ma lasciare che siano gli elementi a condurci verso la risposta.
È anche per questo che, durante Verissimo, abbiamo fatto fatica a sentirci emotivamente coinvolte dal racconto dei genitori di Chiara.
Non perché il dolore di una famiglia possa essere messo in discussione. Ma perché il dolore e la ricerca della verità appartengono a due piani differenti.
Il dolore merita rispetto.
La ricerca della verità merita rigore.
E il rigore significa anche accettare che possano esistere domande ancora aperte, senza considerare quelle domande un attacco a chi ha già una propria certezza.
Il dubbio non è una colpa.
Non significa accusare qualcuno e non significa assolvere qualcun altro. Non significa nemmeno cancellare una sentenza.
Significa semplicemente riconoscere che, quando emergono elementi nuovi, è legittimo chiedere che vengano verificati.
E forse è proprio questo che rende così difficile il caso Garlasco: la necessità di distinguere ciò che sappiamo da ciò che crediamo di sapere.
C’è però un’immagine di questa lunga domenica televisiva che ci è rimasta impressa più di tutte le altre.
Guardando il papà di Chiara, abbiamo visto Chiara.
La somiglianza è fortissima e ci ha colpite in modo quasi fisico. Per qualche istante sono scomparse le sentenze, le analisi, i RIS, le procure, Stasi, Sempio e tutte le discussioni che da anni accompagnano questa vicenda.
È rimasto soltanto il volto di una ragazza riflesso in quello di suo padre.
Ed è stato, paradossalmente, il momento in cui abbiamo sentito più forte il peso umano di tutta questa storia.
Perché al di là delle ricostruzioni, delle convinzioni, delle battaglie televisive e delle nuove indagini, c’è una ragazza che non c’è più e una verità che, a quasi vent’anni di distanza, continua a essere cercata e discussa.
Proprio per questo pensiamo che la ricerca debba essere libera dalla necessità di confermare ciò che abbiamo già deciso di credere.
La verità non dovrebbe avere bisogno di essere difesa a prescindere.
Dovrebbe poter essere cercata, verificata e, se necessario, anche rimessa in discussione.
Perché avere il coraggio di cambiare idea davanti a un elemento nuovo non è una debolezza.
È, forse, una delle forme più difficili di rispetto per la verità.