FUXIA
Non è per tutti. È per chi vibra.
← Torna alla Home
CRONACA

Garlasco, “Maledetta Chiara”: perché la rabbia trova il nome sbagliato

2026-10-01 14:00
CONDIVIDI

Intorno al delitto di Garlasco da quasi vent’anni passano indagini, processi, sospetti, errori, accuse e paure, poi una frase intercettata porta tutto altrove: “Maledetta Chiara”. E tra tutti i possibili destinatari di quella rabbia resta una domanda difficile da scansare: perché proprio lei?

Fotografia d'archivio

DUE PAROLE CHE PESANO

“Maledetta Chiara”.

Due parole, un nome, e quella sensazione immediata che qualcosa sia finito nel posto sbagliato.

La frase, riportata dalla stampa e attribuita a Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, arriva da una conversazione intercettata in un periodo nel quale il figlio era nuovamente coinvolto nell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi.

Poi quelle due parole escono da quella conversazione privata, diventano pubbliche e inevitabilmente cominciano a pesare anche per ciò che dicono.

Fotografia relativa all’articolo sul caso Garlasco

Dopo quasi vent’anni di Garlasco, di perizie, DNA, impronte, interrogatori, ricostruzioni, sospetti e televisioni accese ogni giorno sullo stesso delitto, abbiamo imparato a conoscere sigle, numeri, reperti, consulenti, versioni contrapposte, quasi fosse diventato normale avere ogni giorno un nuovo particolare da mettere sulla bilancia.

In mezzo a tutto questo Chiara Poggi rischia di diventare il nome che tiene insieme il caso, mentre prima di tutto era la vittima, aveva 26 anni ed è stata uccisa nella sua casa il 13 agosto 2007.

Da quel giorno intorno al suo nome è accaduto di tutto, processi, assoluzioni, condanne, nuove indagini, ipotesi, errori contestati, scontri televisivi, fazioni, eppure nulla di tutto questo è stato deciso da Chiara.

FIN DOVE ARRIVA IL CONTESTO

Contestualizzare è corretto, quasi sempre necessario, perché le parole hanno un prima, un dopo, hanno paura, rabbia, esasperazione e spesso raccontano anche il momento nel quale vengono pronunciate.

Andrea Sempio ha sempre respinto l’accusa e la sua posizione giudiziaria deve rimanere completamente separata dalle parole attribuite a sua madre. Una frase attribuita a un genitore non può essere utilizzata per stabilire la colpevolezza o l’innocenza di un figlio.

Questo articolo, infatti, sta da un’altra parte.

Ma il contesto non è una gomma.

Può aiutarci a capire da dove arrivi una frase, molto meno a cancellare il punto nel quale quella frase è arrivata, e “Maledetta Chiara” arriva addosso proprio a lei.

Si può comprendere la paura per un figlio, la sensazione di essere trascinati dentro qualcosa di enorme, la rabbia verso un’indagine che torna a bussare alla porta dopo anni, ma resta difficile superare quel passaggio, quasi uno scarto improvviso, nel quale tutto questo finisce per trovare il nome di Chiara.

IL PARADOSSO DI QUEL NOME

Chiara non ha riaperto le indagini, non ha scelto chi indagare, non ha disposto intercettazioni, perquisizioni o accertamenti genetici, tutto quello che è accaduto giudiziariamente dopo il 13 agosto 2007 appartiene a chi ha indagato, accusato, difeso, giudicato, sbagliato oppure cercato nuove risposte.

Eppure, dentro quella frase, è il suo nome a diventare il destinatario della rabbia.

Ed è qui che qualcosa stona profondamente, perché la persona intorno alla quale ruotano quasi vent’anni di indagini è anche l’unica che quelle indagini non le ha determinate.

Possiamo discutere delle indagini di ieri e di quelle di oggi, degli errori eventuali, delle nuove ipotesi investigative, della posizione di Andrea Sempio e della condanna definitiva di Alberto Stasi, possiamo farlo per anni e probabilmente continueremo a farlo, distinguendo sempre ciò che viene ipotizzato da ciò che è stato accertato.

Ma dentro “Maledetta Chiara” il problema smette per un attimo di essere giudiziario, diventa qualcosa di molto più elementare, quasi istintivo.

Quella rabbia ha trovato il nome sbagliato.

Fotografia d'archivio

UNO SFOGO SPIEGA, MA NON CANCELLA

Chiamarlo sfogo aiuta a comprendere il momento, la paura, la tensione, persino l’esasperazione, ma uno sfogo può spiegare da dove arriva la rabbia, molto meno il bersaglio che sceglie.

Il punto è umano.

E proprio sul piano umano quelle due parole restano inaccettabili, qualunque sia la rabbia, la paura o l’esasperazione che le ha precedute.

Perché quella rabbia avrebbe potuto rivolgersi all’indagine, alla pressione mediatica, alle televisioni, ai giornali, a un sistema percepito come ingiusto, avrebbe potuto prendere molte strade.

Invece ha trovato Chiara.

E pesa ancora di più leggere le altre parole riportate dalla stampa, quelle rivolte alla famiglia Poggi e che arrivano ad augurarne la morte, perché dall’altra parte non c’è semplicemente un cognome diventato familiare alla cronaca, c’è una famiglia che il 13 agosto 2007 aveva già perso una figlia e una sorella.

Ed è difficile non fermarsi qui, perché prima delle carte, delle intercettazioni e delle strategie difensive esiste un confine che appartiene semplicemente al modo in cui guardiamo un altro essere umano.

PRIMA DI GARLASCO

Forse è questo che quasi vent’anni di esposizione mediatica hanno lentamente spostato.

Garlasco è diventata una gigantesca scacchiera, Stasi, Sempio, DNA, impronta 33, biciclette, computer, consulenti, avvocati, investigatori, ogni elemento una casella, ogni novità un motivo per scegliere immediatamente da quale parte stare.

E a forza di parlare del caso Garlasco, rischiamo di dimenticare che prima di diventare un caso, Garlasco era semplicemente un posto e dentro quel posto viveva una ragazza di 26 anni.

Chiara.

Quella mattina era a casa sua, tutto quello che oggi chiamiamo “caso Garlasco” sarebbe arrivato dopo, le indagini, i processi, le condanne, i dubbi, le nuove indagini, le televisioni, le fazioni.

Anche la rabbia sarebbe arrivata dopo.

Ed è probabilmente questa la parte che lascia più disagio, perché possiamo cercare il contesto di “Maledetta Chiara”, comprendere la paura di una madre per il proprio figlio, il peso di un’indagine che torna, persino provare a immaginare cosa significhi vedere la propria famiglia risucchiata ancora una volta dentro una storia così grande.

Ma il contesto può accompagnarci soltanto fino a un certo punto.

Dopo rimangono due parole e un nome.

Tra tutti quelli sui quali quella rabbia avrebbe potuto posarsi, ne ha trovato uno solo quello di Chiara, quello sbagliato.