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Cronaca

Filomena, la mamma di Elisa Claps: «Io non ho paura di nessuno»

5 ottobre 2026   •   FUXIA
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Filomena Iemma

Ha aspettato diciassette anni per sapere dove fosse sua figlia, ha attraversato processi, silenzi, domande rimaste aperte e verità arrivate troppo tardi. Filomena Iemma non ha mai imparato a convivere con ciò che non tornava, ha continuato a chiedere, a cercare, a pretendere risposte. Per Elisa, sempre.

PRIMA DI TUTTO, LA MAMMA DI ELISA

Oggi ci avviciniamo a questa storia con molto rispetto e con la delicatezza che merita. Perché raccontare Filomena Iemma significa entrare nel dolore di una madre, in una battaglia durata più di trent’anni e soprattutto nella vita di una ragazza che, prima di diventare un nome della cronaca, era semplicemente Elisa.

Vogliamo farlo partendo da sua madre, dalle sue parole, dalla forza con cui ha continuato a chiedere risposte, anche nei giorni in cui sarebbe stato più facile arrendersi al silenzio.

Prima delle telecamere, dei processi, delle interviste e delle battaglie pubbliche, Filomena era semplicemente la mamma di una ragazza di sedici anni. Elisa uscì di casa il 12 settembre 1993 e non tornò.

Da quel giorno cominciò un’attesa durata diciassette anni, un tempo enorme nel quale Filomena continuò a cercarla senza sapere dove portare un fiore, senza una tomba sulla quale fermarsi, con una domanda che ogni mattina tornava esattamente nello stesso posto. Il 17 marzo 2010 Elisa venne ritrovata nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità di Potenza.

Era stata lì per tutti quegli anni.

Una parte della rabbia di Filomena nasce anche da questo, sua figlia era stata cercata ovunque mentre si trovava nel luogo in cui era entrata quel 12 settembre. All’inizio il dolore la travolse, poi arrivò la reazione, Filomena si rimise in piedi e da allora ha fatto una cosa sola: non permettere a nessuno di chiudere quella storia prima di averle dato tutte le risposte.

«IO NON HO PAURA DI NESSUNO»

Filomena non ha mai avuto il linguaggio costruito di chi sa stare davanti alle telecamere, ha sempre parlato come parla una madre arrabbiata, diretta, dura, a volte scomoda.

Pochi giorni dopo il ritrovamento di Elisa, davanti a migliaia di persone riunite a Potenza, pronunciò una frase che negli anni è diventata quasi il riassunto della sua battaglia:

«Chi sa la verità me la venga a dire. Io non ho paura di nessuno, né mafiosi, né delinquenti».

Le mani di Filomena Iemma

Filomena aveva già trascorso diciassette anni dentro una paura molto più grande. Da quel momento ha continuato a fare domande alla magistratura, alla Chiesa, alle istituzioni e alla sua città, senza preoccuparsi troppo di quanto potessero risultare fastidiose.

La condanna di Danilo Restivo ha dato un nome giudiziariamente definitivo all’assassino di Elisa, ma per Filomena mancava ancora una parte.

Chi sapeva? Chi avrebbe potuto parlare? Perché Elisa è rimasta lì per diciassette anni?

Domande che non ha mai smesso di portarsi dietro.

QUELLA LETTERA A SUA FIGLIA

Nel 1999 Elisa mancava da sei anni, avrebbe avuto ventidue anni. Filomena le scrisse una lettera e dentro mise il dolore, la rabbia, l’omertà che sentiva intorno alla vicenda, soprattutto l’amarezza di una madre che cominciava a pensare quanto fosse diventato difficile ottenere giustizia.

Scrisse:

«Noi, noi gente semplice non abbiamo diritto alla giustizia».

Fa male leggerla oggi, perché Filomena ha trascorso gli anni successivi a combattere esattamente contro quella convinzione. Non aveva potere, ruoli o strumenti particolari, aveva una domanda e aveva Elisa.

E con quelle ha continuato ad andare avanti.

«E ALLORA SFIDA ME»

Il rapporto con la Chiesa resta uno dei punti più dolorosi dell’intera vicenda. Elisa fu trovata in una chiesa, nello stesso luogo nel quale era entrata il giorno della sua scomparsa e per Filomena questo non poteva essere semplicemente un dettaglio della storia.

Ha chiesto spiegazioni, ha contestato silenzi, ha preteso di sapere quanto fosse conosciuto e da chi ciò che accadeva intorno alla Santissima Trinità. Nel 2013 si rivolse direttamente a Papa Francesco chiedendogli di aiutarla ad aprire quella che chiamò «questa soffitta di silenzi» e «le porte della verità».

Poi arrivò una scena che racconta Filomena meglio di molte interviste. Durante una deposizione, l’allora arcivescovo di Potenza Agostino Superbo disse di sfidare chiunque a dimostrare che fosse a conoscenza della presenza del corpo di Elisa prima del ritrovamento.

Filomena era in aula.

«E allora sfida me».

Tre parole, nessun discorso preparato, nessuna ricerca dell’effetto, solo una madre che dopo tanti anni era ancora lì.

«ELISA, FIGLIA MIA, GIUSTIZIA È STATA FATTA»

Nel novembre 2011 Danilo Restivo venne condannato a trent’anni per l’omicidio di Elisa. Filomena alzò gli occhi e disse:

«Elisa, figlia mia, giustizia è stata fatta».

Avrebbe potuto fermarsi lì. Aveva cercato sua figlia, l’aveva ritrovata, l’uomo che l’aveva uccisa era stato condannato, eppure quella sentenza non poteva cancellare tutto quello che era accaduto prima. Restavano diciassette anni, restava quel sottotetto, restavano le domande.

Persino sul perdono Filomena non ha cercato una frase bella da consegnare alle telecamere. Ha detto di essere cristiana e cattolica, ma di non riuscire a perdonare Restivo. Ha detto quello che sentiva.

Filomena non ha mai provato a essere la madre che gli altri si aspettavano, è stata la madre che riusciva a essere dentro un dolore impossibile.

TRENTATRÉ ANNI SENZA ABBASSARE LA VOCE

Sono passati trentatré anni dalla scomparsa di Elisa e Filomena è ancora lì. Negli anni ha continuato a sostenere che attorno alla vicenda della figlia molto fosse conosciuto prima di quanto ufficialmente emerso. Sono le sue convinzioni e le sue accuse, distinte da ciò che è stato accertato nelle aule giudiziarie, ma fanno parte della battaglia che porta avanti da più di tre decenni.

Il tempo avrebbe potuto stancarla, l’età avrebbe potuto convincerla a lasciare ad altri quella battaglia, la condanna di Restivo avrebbe potuto rappresentare il punto definitivo. Filomena ha continuato.

Per lei trovare l’assassino di Elisa non ha significato trovare tutte le risposte.

ELISA NON È MAI DIVENTATA SOLTANTO UN CASO

Filomena Iemma alla finestra

A forza di pronunciarlo insieme alle parole omicidio, processo, Restivo, chiesa, sottotetto, Potenza, il nome di Elisa rischia di diventare il nome di un caso.

Filomena questo non lo ha mai permesso.

Elisa aveva sedici anni, era una figlia, una sorella, una ragazza con la propria vita davanti. Sua madre l’ha riportata continuamente lì, alla persona. Anche nei giorni più duri, anche nelle battaglie più feroci, dietro la rabbia di Filomena si sente sempre la stessa cosa: una madre che continua a parlare con sua figlia.

Nessuno potrà restituirle gli anni perduti, l’adolescenza di Elisa, quello che sarebbe diventata, la vita che avrebbero dovuto vivere insieme. Filomena lo sa e per trentatré anni ha continuato a pretendere almeno una cosa: la verità intera.

Ha aspettato, gridato, accusato, sfidato, pianto, ha pronunciato parole durissime e altre volte le sono bastati tre vocaboli detti da un’aula: «E allora sfida me».

Trentatré anni dopo Filomena è ancora la mamma di Elisa e quella frase pronunciata nel 2010 sembra appartenerle oggi esattamente come allora:

«Io non ho paura di nessuno».

Il tempo può allontanare una data, trasformare una vicenda in una pagina di cronaca, convincere molti che ormai tutto sia stato detto.

Filomena non gli ha mai permesso di allontanare Elisa.

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