Dolly Parton non ha mai chiesto il permesso, e ci manca anche per questo
Una ragazza partita dalle montagne del Tennessee con quasi niente, una chitarra, una voce e un sogno enorme, poi Nashville, le canzoni, il cinema, gli strass, i tacchi, le parrucche, milioni di dischi, milioni di libri regalati ai bambini, una vita vissuta senza chiedere il permesso di essere troppo. A distanza di tempo dalla scomparsa di Dolly Parton, morta a 80 anni, raccontarla non significa raccontare una fine, significa attraversare un’epoca, una melodia, un suono, una bellezza, tutto ciò che continuerà a esistere ogni volta che qualcuno pronuncerà un nome: Jo-le-ne

Provate a immaginare Dolly Parton in silenzio, non funziona, vengono in mente i capelli biondi, gli strass, la chitarra, quella risata e poi la voce, quella voce che bastano poche note per riconoscere. Sono passate settimane dalla sua scomparsa, il 25 agosto 2026, eppure basta accendere una radio, sentire poche note, vedere una fotografia e lei torna immediatamente lì, intera, riconoscibile, esagerata, ironica, bellissima nel modo in cui aveva deciso di esserlo.
Il cappottino che valeva più del suo prezzo
Nata il 19 gennaio 1946 tra le montagne del Tennessee, quarta di dodici figli, in una famiglia dove i soldi erano pochi e le giornate avevano la concretezza delle cose necessarie, niente aveva ancora il profumo di Nashville e nessuno avrebbe potuto immaginare che quella bambina sarebbe diventata una delle immagini più riconoscibili del mondo, eppure la musica era già lì, prima in chiesa, poi nelle piccole esibizioni, alla radio, in televisione, fino al Grand Ole Opry, mentre lei cresceva con la sensazione precisa che la strada sarebbe andata molto più lontano di quelle montagne.
Quando termina la scuola parte per Nashville, porta con sé una chitarra, le canzoni e quella fame che non ha niente a che vedere con il denaro, la fame di chi ha già intravisto il posto nel quale vuole arrivare e non ha alcuna intenzione di farselo raccontare dagli altri.
Dolly non rinnegherà mai il luogo dal quale viene, non userà la povertà come una fotografia sbiadita da mostrare soltanto quando serve raccontare la favola della ragazza diventata famosa, la terrà dentro la propria musica, dentro le parole, dentro Coat of Many Colors, il cappottino cucito dalla madre con pezzi di stoffa colorata, povero agli occhi di qualcuno, prezioso agli occhi di quella bambina che conosceva il valore delle cose prima ancora di conoscerne il prezzo. La sua storia si costruisce così, non cancellando ciò che è stato, ma trasformandolo.
Una canzone non si regala, se per regalarla devi perderla
Poi arriva Jolene, un nome e basta. Jo-le-ne. Non serve altro per far partire una melodia nella testa di milioni di persone, non serve spiegare, non serve ricordare l’anno, non serve neppure appartenere alla generazione che l’ha ascoltata per prima, perché certe canzoni escono dal proprio tempo, smettono di avere una data e cominciano semplicemente a esistere.
Nello stesso universo arriva I Will Always Love You, una delle canzoni più importanti della sua vita, e con lei una storia che racconta perfettamente chi fosse davvero Dolly dietro tutta quella luce, Elvis Presley vuole inciderla, per una giovane autrice sarebbe un sogno enorme, uno di quelli davanti ai quali si dovrebbe soltanto dire sì e ringraziare, ma il manager di Elvis chiede una parte dei diritti editoriali del brano e Dolly rifiuta. Piange, perché Elvis era Elvis, ma rifiuta. Tiene la sua canzone, tiene ciò che è suo, anni dopo Whitney Houston la porterà in ogni angolo del mondo trasformandola in qualcosa di ancora più grande e quel no, detto quando sarebbe stato molto più facile dire sì, rimane uno dei dettagli più belli della sua storia, perché Dolly sapeva sognare, ma sapeva anche riconoscere il valore di ciò che aveva creato.
È lì che si capisce quanto fosse diversa dall’immagine che qualcuno si ostinava a vedere, mentre si parlava delle parrucche lei scriveva, mentre si guardavano le curve lei componeva, mentre qualcuno sorrideva davanti all’esagerazione dei vestiti lei proteggeva i propri diritti, costruiva una carriera, inventava un personaggio che non le era stato cucito addosso da nessuno.

Essere troppo, e farlo apposta
Aveva scelto ogni centimetro di quell’immagine, i capelli, gli strass, il trucco, i tacchi, le unghie, le battute, l’ironia e soprattutto aveva scelto di non togliersi niente per sembrare più credibile. Era troppo? Benissimo. Dolly aveva fatto del troppo una misura tutta sua e su quel troppo aveva costruito anche una delle sue armi migliori, l’ironia. Conosceva perfettamente l’effetto che faceva, sapeva di essere esagerata e si divertiva per prima, scherzava sui capelli, sul seno, sui vestiti, sulla propria immagine, togliendo agli altri persino il gusto di poterlo fare prima di lei, perché una cosa è essere una caricatura, un’altra è sapere esattamente quanto stai esagerando e trasformare quell’esagerazione nella tua firma.
Dolly sapeva ridere di sé senza diminuire se stessa, ed è una differenza enorme, perché dietro la battuta rimaneva sempre una donna che conosceva perfettamente il proprio valore.
Poi arrivano il cinema, la televisione, 9 to 5, Jane Fonda, Lily Tomlin, una canzone che entra in testa con leggerezza mentre racconta molto più di quanto sembri, arrivano Islands in the Stream con Kenny Rogers, Emmylou Harris, Linda Ronstadt, Fiori d’acciaio, i Grammy, le classifiche, i riconoscimenti, gli oltre cento milioni di dischi venduti e quella sensazione sempre più evidente che Dolly non appartenesse più soltanto al country.
Milioni di libri, una possibilità in più
E mentre il nome diventava sempre più grande lei continuava a portarsi dietro ciò che era stata. Nel 1995 nasce la Imagination Library, libri regalati ai bambini fin dai primi anni di vita, milioni di volumi che nel tempo raggiungono famiglie e case lontanissime dal Tennessee, un progetto legato anche alla storia di suo padre, che non aveva avuto la possibilità di imparare a leggere e scrivere, e allora quella ragazza cresciuta con poco, una volta diventata ricchissima, decide di regalare agli altri bambini non una fotografia autografata, non un pezzo della propria fama, ma una possibilità, un libro, una storia, un posto nel quale andare con la fantasia quando fuori il mondo sembra troppo piccolo.
La filantropia negli anni entra nell’istruzione, nella sanità, nella ricerca, nelle comunità colpite dalle difficoltà e lo fa senza cancellare la diva, rimangono i capelli, rimangono gli strass, rimane il sorriso, soltanto che dietro c’è una donna che sa perfettamente dove mettere una parte di ciò che la vita le ha restituito. “Find out who you are and do it on purpose”, scopri chi sei e fallo intenzionalmente.

Da Dolly a Miley, il diritto di occupare il proprio spazio
E se vogliamo capire quanto di Dolly rimanga anche fuori dalle sue canzoni, possiamo guardare Miley Cyrus, la sua figlioccia, una donna di un’altra generazione, con un’altra voce e un altro modo di stare al mondo, ma anche lei conosce bene quella pretesa degli altri di decidere quale immagine dovresti conservare, quanto puoi cambiare, fino a dove puoi spingerti prima di diventare troppo.
Dolly e Miley hanno cantato insieme Wrecking Ball, portandola nel 2023 dentro Rockstar, e riascoltarle oggi fa un effetto particolare, perché quelle due voci rimangono diverse, riconoscibili, nessuna deve scomparire per lasciare spazio all’altra. È un incontro che ci fa pensare anche a questo, a quanto possa contare avere accanto qualcuno che non ti chieda di somigliargli per riconoscere il tuo valore.
Non significa che ogni scelta di Miley racconti Dolly, sarebbe ingiusto per entrambe, significa che possiamo ritrovare, nelle loro storie così differenti, una domanda che riguarda ancora moltissime donne, quanto spazio siamo disposti a concedere a chi sceglie da sola come mostrarsi? Di Dolly si guardavano i capelli, il corpo, gli abiti, di Miley si sono spesso discusse le provocazioni e i cambiamenti, mentre le voci erano lì, e meritavano di essere ascoltate. Forse una parte dell’eredità di Dolly passa anche da questo, dal ricordarci di ascoltare prima di decidere che una donna è troppo.
Il tempo passa, Jolene rimane
E allora no, niente silenzio, Dolly Parton non si saluta con il silenzio, si mette Jolene e si alza il volume, si lascia partire 9 to 5, si sorride pensando a quella risata, a quelle parrucche, agli abiti che avrebbero accecato una stanza intera e quando arriva I Will Always Love You si lascia andare la canzone fino in fondo, senza interromperla, senza avere paura di sentire un po’ di malinconia insieme a tutta quella bellezza.
Se n’è andata a 80 anni, questo raccontano le date, la musica racconta altro, racconta che domani qualcuno metterà un suo disco, qualcun altro sentirà Jolene per la prima volta, un bambino aprirà uno dei libri arrivati grazie a lei e una ragazza da qualche parte guarderà il punto dal quale sta partendo senza permettergli di decidere dove dovrà fermarsi.
Ed è lì che Dolly continuerà a esserci, in una canzone ascoltata per la prima volta, in un libro aperto da un bambino, nella libertà di una donna che sceglie di non diventare più piccola per essere accettata. Dolly Parton è diventata eterna.
Dite la vostra 💗
Avete qualcosa da dire su questo articolo? Scrivetecelo qui. Ogni messaggio viene letto e moderato dalla redazione prima di essere pubblicato.