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Dario Gay l'effetto del karma nella musica

2026-02-20   •   ARCHIVIO FUXIA
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Siamo a Milano, il caos metropolitano, e poi lui, l’eterno ragazzo della musica colta e sfacciata, Dario Gay, che torna a scuotere le nostre coscienze con un nuovo singolo che è già un cult. Si chiama “L’Effetto”, Dario Gay ha deciso di farci un regalo pazzesco e, lasciatevelo dire, l'attesa è stata ripagata con una pioggia di diamanti musicali.  Scritto con i complici di sempre Marco Guarnerio e Andrea Gallo, e prodotto con quel tocco di ribellione firmato "l’altro NO!", questo pezzo non è solo musica, è filosofia allo stato puro.

Dario ci trascina nel cuore del pensiero buddhista, parlandoci di quella legge divina di causa-effetto che ci rende registi assoluti della nostra vita. Niente scuse, niente dita puntate verso gli altri, è tempo di guardarsi dentro! E per farlo, lui è volato fino a Zagora, nel cuore del Sahara, trasformandosi in un Tuareg mistico tra le dune infinite. In quel silenzio che "nulla non è", ha catturato l’anima di un progetto che oscilla tra una malinconia d’autore e quell’ironia giocosa che lo accompagna sin dagli anni '80. È il primo, delizioso tassello di un nuovo album in arrivo, dove l’introspezione si mette l’abito da sera e l’ironia non smette di farci l’occhiolino. Siamo davanti a un Dario in stato di grazia che gioca con la legge del karma, ogni mossa che facciamo crea il nostro destino, e lui ce lo canta con una fluidità che ti entra nel cuore e non ti molla più.

Ecco a voi l'intervista che non sapevate di desiderare... le 15 domande pazzesche per Dario Gay!

Dario, parli di causa ed effetto e pensiero buddhista. Se la tua vita fosse un mantra cantato a Sanremo, quale sarebbe la "causa" di cui vai più fiero e l'"effetto" che ancora ti fa scoppiare a ridere quando ti guardi allo specchio?

La causa è direttamente collegata all’effetto. Quella di cui vado più fiero riguarda la mia vita privata: da quindici anni seguo mia madre, che soffre di demenza senile. Non è una scelta che ho fatto a tavolino, ma è una responsabilità che mi sono assunto con amore e della quale sono orgoglioso. L’effetto che mi fa sorridere – anche se in modo un po’ tragicomico – è molto più semplice: “quando cedo alla causa di mangiare troppa Nutella, l’effetto poi si vede allo specchio”. Lì rido, ma fino a un certo punto.

Sei stato introspettivo quando tutti volevano solo le spalline imbottite. Se il Dario di oggi incontrasse il Dario di "Diamante", cosa gli direbbe per rassicurarlo sul fatto che, alla fine, la profondità paga sempre?

Gli direi: “Caro Dario, come vedi siamo ancora qui e siamo rimasti gli stessi”. Negli anni ’80 c’erano le spalline e tanta musica disimpegnata, ma c’erano anche Ivano Fossati, Enrico Ruggeri e David Bowie. L’introspezione è sempre esistita, anche in un mondo molto basato sull’apparenza.

Dici che siamo noi i responsabili della nostra realtà. Ma se un giorno ti svegliassi e fosse tutto un disastro, cosa ti farebbe tornare subito euforico?

I miei animali. I miei gatti e il mio cane percepiscono quando sono giù e mi tirano su il morale. Mi alzano il tono vitale. Dal punto di vista musicale, basta ascoltare David Bowie e mi risollevo immediatamente.

Il dualismo è una parte importante di te, un pochino di tutti, chi vince il Dario malinconico che scrive un saggio sul vuoto o quello euforico che mette un disco disco-funk a volume insostenibile?

Vincono entrambi. Io tendo a mostrare la parte più leggera e più gioiosa, ma dentro sono molto malinconico. Cerco però di non trasmettere tristezza: preferisco far emergere quella parte luminosa che riesce a contrastare anche i momenti più difficili.

Hai detto che l’anima introspettiva sarà predominante nel prossimo disco, ci sarà comunque un ritmo che ci farà ballare mentre piangiamo?

Non parlerei di lacrime. Sarà un’analisi di aspetti della vita e di alcuni pensieri. Il disco ha una matrice abbastanza rock, quindi anche i momenti più introspettivi avranno un sostegno energico. Questa volta, certe introspezioni le urlerò un po’.

Il deserto come "Nulla" Il deserto è il "nulla che nulla non è". Se dovessi arredare quel nulla con soli tre oggetti, cosa porteresti tra le dune?

Le mie cuffie, inseparabili, e un supporto per ascoltare musica, forse oggi direi il cellulare. E poi, perché no, un barattolo di Nutella.

L’ironia come Scudo, ma l’ironia ti ha salvato più dai critici musicali o dalle delusioni d'amore?

Dai critici no, perché sono sempre stati generosi con me. Non ho avuto un successo travolgente, ma la critica mi ha sempre sostenuto. L’ironia mi ha salvato dagli amori finiti, dalle malinconie e dai momenti difficili. La mia vita è stata piena di colpi di scena e li ho sempre affrontati con il sorriso.

Quante volte hai dovuto dire "No!" a te stesso durante la creazione di questo progetto per non scivolare troppo nel pop commerciale?

Non mi faccio troppe domande quando scrivo. Se qualcosa nasce spontaneamente, anche se fosse pop, non lo rinnegherei. Sono però molto critico con me stesso: rileggo, correggo e cambio parole finché non sono convinto al cento per cento. I “no” riguardano i dettagli, non l’ispirazione.

Scrivere a sei mani è un esercizio di democrazia o una rissa creativa? Chi è stato il "caos" e chi l'"ordine" durante la nascita de "L’Effetto"?

È nato in grande armonia. Ho parlato dell’idea del testo con Andrea Gallo, che ha creato subito un vestito musicale che ho amato dal primo momento. Poi è intervenuto Marco Guarnerio e abbiamo lavorato senza scontri, con affetto e desiderio di dare il meglio. È stato un processo naturale.

Se potessi applicare la legge di causa-effetto per far apparire un artista internazionale nel tuo prossimo video, chi vorresti veder camminare sulle dune accanto a te?

David Bowie. Anche se mettessi tutte le cause possibili, l’effetto non arriverebbe. Tra gli artisti attuali, mi piace Bruno Mars, lo trovo molto bravo.

Sei conosciuto per testi profondi. Ti è mai capitato di voler scrivere una canzone totalmente stupida, tipo "Il ballo del qua qua", solo per vedere l'effetto che fa?

Certo, ne ho scritte. “Oh Dolores!”, con cui ho vinto il Premio Rino Gaetano e fu definita nonsense, ma un senso c’è sempre. Ho un’anima un po’ folle che ogni tanto viene fuori e in questo periodo sto scrivendo anche cose improbabili. Mi sento in una fase creativa molto libera.

In un mondo che urla, tu cerchi il silenzio di Zagora. Qual è la domanda che il silenzio del deserto ti ha fatto e a cui non hai ancora risposto?

La solita: qual è il senso della vita? Nel deserto te lo chiedi ancora di più. Ti trovi davanti all’infinito e ti domandi chi sei, perché sei qui, quanto resterai e dove andrai dopo. È una domanda a cui ognuno può solo dare una risposta interiore.

Il tuo nuovo singolo è su tutte le piattaforme digitali. Ma l'anima di Dario Gay è più un algoritmo fluido o un solco profondo su un 33 giri che gracchia un po'?

Un solco su un 33 giri che gracchia un po’, senza dubbio.

Se domani scoprissi che il Nirvana non è uno stato mentale ma un club esclusivo dove bisogna ballare per l'eternità, che canzone chiederesti al DJ per la tua entrata trionfale?

Se proprio dovessi sceglierne una sola per tutta l’eternità, direi Let’s Dance di David Bowie. Se si deve ballare per sempre, meglio farlo con un grande artista.

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